CORDELIA.
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I NIPOTI DI BARBABIANCA.
Racconto pei fanciulli.
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1912. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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    Testo curato da Catia Righi per il Progetto Manuzio.
           Associazione Culturale "Liber Liber".
              http://www.liberliber.it/
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Presentazione.
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Il racconto fa parte della produzione che Cordelia dedic al pubblico dei ragazzi, che si affianca ai romanzi per donne della stessa Autrice.
La storia si svolge durante una vacanza estiva, in cui una famiglia si riunisce in campagna presso il nonno, sindaco del paese e noto affettuosamente come Barbabianca. Egli governa con paterna umanit sia il villaggio, sia la trib di figlie, generi, e soprattutto nipotini. Cento piccole avventure vivono i bambini: dallincontro con una trib nomade di zingari allincontro con le microscopiche creature dello stagno, ingrandite dal microscopio di Barbabianca.
I bimbi acquisiscono attraverso esperienze varie il senso di responsabilit per le proprie marachelle, laffetto per gli animali, ed imparano a non diffidare di chi  diverso ma non per questo meno sensibile e degno di rispetto. Crescono anche attraverso le grandi gioie ed i grandi dolori, per la presunta morte dello zio in un naufragio, per la (purtroppo vera) morte della regina degli zingari, per il ritorno insperato e quasi miracoloso dello zio.
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L'AUTRICE.
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Virginia Tedeschi-Treves, nota anche con lo pseudonimo di Cordelia (Verona, 22 marzo 1849  Milano, 7 luglio 1916),  stata una scrittrice italiana.
Dopo il matrimonio nel 1870 con Giuseppe Treves, coproprietario col fratello Emilio della casa editrice Fratelli Treves, fu presidentessa del Comitato lombardo pro suffragio femminile, cofondatrice del Lyceum di Milano, contemporanea di Ibsen, di Flaubert, di Zola, Dostoevskij; nel suo salotto letterario accolse i massimi autori e intellettuali del tempo, da Verga a D'Annunzio, da Carducci a Freud.  stata fra le prime donne a parlare di divorzio, di Psicanalisi, di diritto all'istruzione; nel '16 scrisse il manifesto del femminismo tricolore. Contemporaneamente inizi una fortunata carriera di scrittrice per "signore" e bambini con lo pseudonimo di "Cordelia" e di direttrice di riviste di moda.
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Capitolo Primo.
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BARBABIANCA.
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Il conte Ottavio del Piano passava la maggior parte dellanno in una villa costruita a guisa di antico castello nei dintorni del paese di B.
Amante delle scienze e dellumanit, occupava il suo tempo coi libri, gli strumenti scientifici, e aiutando quelli che si rivolgevano a lui per consigli ed assistenza. 
In paese lo chiamavano Barbabianca, a causa duna barba lunga e bianca che gli scendeva sul petto, ed era considerato da tutti come un personaggio importante e tenuto in gran stima.
I contadini, quando avevano ammalati i buoi, gli asini ed anche i polli, andavano a consultarlo e a chiedergli qualche rimedio, e segli non poteva salvare quelle bestie ammalate, erano certi di non uscire dalla sua casa o castello, come lo chiamavano, senza aver ricevuto qualche soccorso.
A lui ricorrevano pure per consiglio ed aiuto nelle quistioni pi intricate.
Se il dottore del paese aveva fra i suoi ammalati un caso grave, voleva sentire il parere di Barbabianca, il quale non mancava mai di mandare delle medicine in casa dei poveri ammalati collaggiunta di qualche bottiglia di buon vino, che spesso era pi utile di tutte le medicine.
Nella sua casa era un andirivieni di gente, e si pu dire chera la provvidenza di quei luoghi, e si faceva amare da tutti.
Ci che divertiva maggiormente Barbabianca, era daver vicini i suoi nipotini, come li chiamava lui, ma che erano invece i figli della sua figlioccia Fella e dellIda, sorella della sua figlioccia.
Quando Fella si spos col dottor Bellini, Barbabianca fece fabbricare accanto al suo castello un villino molto grazioso tutto circondato di fiori, e le disse:
 Ecco il mio regalo di nozze, figliola mia, e spero che tu verrai spesso ad abitarlo; cos passeremo insieme delle belle giornate, e i tuoi figli mi chiameranno nonno.
Fella fu tutta contenta del villino, e quando sapeva che il suo padrino era in campagna, andava anche lei ad abitarvi, perch le piaceva tanto esser vicina al suo caro padrino, e ai suoi genitori che avevano una villa nelle vicinanze chiamata Pergola, e vi andavano a passare molti mesi dellanno insieme co loro figli Gino, Emilio e Ida, che si era maritata ed aveva anchessa tre bei figliuoli.
Fella aveva invece due bambine, Giulia e Lida, e la troviamo appunto nel suo villino tutta contenta di poter godere qualche mese di campagna colle sue bimbe.
Giulia e Lida erano liete di trovarsi in mezzo ai campi e poter correre in libert per il giardino, cogliere tanti bei fiori e pi di tutto andar spesso a far visita al nonno Barbabianca, che raccontava loro tante belle storielle e dava loro tanti buoni dolci.
Giulia contava cinque anni, era assai carina, ma aveva un difetto: quello di esser curiosa, e la sua mamma doveva metterla spesso in castigo per correggerla di questo vizio; ma era una cosa pi forte di lei: voleva saper tutto, toccar tutto, mettere il naso anche dove non le spettava. Lida invece aveva tre anni, era un amore, e formava la consolazione del nonno e dei suoi genitori, che non si saziavano mai di baciarla.
Una mattina il nonno venne con aria di mistero nel loro villino, e piant una macchina nel salottino di Fella. Questa macchina era una specie di mensolina e dai lati, attaccati a delle corde, pendevano due imbuti di legno nero.
 Che bella sorpresa!  aveva detto la signora Fella nel veder quellarnese.
 Cos ci potremo parlare anche tutto il giorno senza muoverci,  aveva risposto il nonno.
 O che piacere!  disse Fella, che qualche volta pareva anchessa una bimba e batteva le mani dalla contentezza.
 Io che aveva tanta voglia di avere un telefono, mhai fatto la sorpresa di mettermene uno in casa mia; grazie, padrino.
Le bimbe non capivano la gioia della loro mamma; in quel pezzo di legno attaccato al muro non cera niente di bello; almeno il nonno ci avesse posto sopra qualche ninnolo grazioso, o qualche bambolina. Intanto la loro attenzione venne distratta dal dover salutare il nonno che ritornava al suo castello, e da una cassetta al loro indirizzo che avevano ricevuto dalla nonna Giulia Vivaldi, mamma di Fella.
Esse corsero dalla bambinaia per far aprire la cassetta, e furono molto contente di trovarci dentro due belle bambole, una tutta vestita di rosa, laltra di celeste, che mandava a regalar loro la nonna.
 Che buona nonna!  esclamarono,  come sono belle! Bisogna mostrarle alla mamma.
E s dicendo andarono via di corsa a cercare la mamma.
La signora Fella stava appunto nel salotto vicino alla macchina del nonno e parlava ad alta voce tenendo allorecchio uno degli imbuti neri.
 Benissimo,  diceva,  si sente molto bene,  sempre parlando rivolta al muro.
 Mamma, mamma,  dissero entrambe le bimbe,  guarda che belle bambole.
Ma essa non dava retta e continuava a dire:
 Bene.... precisamente.... proprio benissimo.
 Mamma, mamma,  aggiunsero le bimbe.
 Zitte, andate via, non ho tempo,  disse Fella facendo un atto dimpazienza.
Le bimbe se ne andarono piangendo.
 Che avete?  disse loro la bambinaia.
 La mamma non ci d retta, non vuol vedere le nostre bambole.  risposero interrompendosi ad ogni istante con un singhiozzo.  E invece di starci ad ascoltare parla col muro.
 Col muro! siete matte?  disse la bambinaia.
 S, s, proprio col muro, vieni a vedere, Maria.
E la trascinarono piangendo nel salotto della mamma, che stava ancora dicendo qualche cosa verso la parete.
 Che avete figliuole mie, che siete tutte in lagrime?  disse rivolta alle bambine;  che cosa  avvenuto?
 Si piange perch tu non hai voluto vedere le nostre bambole, non ci dai retta e piuttosto di parlare con noi parli col muro.
La signora Fella diede in una sonora risata, e disse:
 Pazzerelle che siete! quellarnese attaccato al muro  il telefono, e parlavo col nonno, e vi ho mandate via perch quando la mamma parla con qualcheduno per mezzo del telefono, non bisogna interromperla.
 Ma che cosa  il telefono?  disse Giulia.
  un arnese che permette di parlare colle persone che ci sono lontane, e di udire la loro voce.
 Anchio voglio parlare col nonno,  disse Giulia, asciugandosi le lagrime.
 Vieni qui.
E la mamma la prese in braccio, laccost al muro, suon il campanello di richiamo, e mise un imbuto allorecchio di Giulia.
 Oh bello,  disse Giulia,  la voce del nonno che dice: pronti.
 Parla, parla, di qualche cosa al nonno,  disse Fella.
 Nonno!  grid Giulia,  la nonna Giulia mi ha mandato una bella bambola.
 Senti cosa risponde,  le disse la mamma, tenendole presso allorecchio limbuto nero.
 Ne ho tanto piacere!  ha risposto.  Bello! bello! mi piace il telefono, mi pare una maga; ma dimmi come  fatto.
 Te lo insegner il nonno,  le disse la mamma;  per oggi basta.
Ma non bast, perci anche Lida volle mandare al nonno un saluto per telefono.
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Capitolo 2.
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UNA BELLA NOTIZIA.
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Giulia, curiosetta come era, non vedeva il momento dandare dal nonno per farsi spiegare come fosse fatto il telefono, ma la mamma non la lasciava andare da Barbabianca che al dopo pranzo, perch la mattina egli era occupato nello studio o nel suo laboratorio, e non aveva tempo di badare alle chiacchiere dei bimbi, e intanto per passare il tempo pens di giocare colla Lida e le bambole.
 Che nome ci mettiamo alle nostre bambole?  chiese alla sorella.
 Non so,  rispose Lida.
 Io ci metto nome Rosa, perch  vestita di rosa.
 Ed io Celeste,  disse Lida.
 Bisogna dar loro da mangiare,  soggiunse la Giulia;  andiamo dalla mamma a farci dare dei dolci.
 S, s, dolci anche per me,  disse Lida tutta contenta.
 Bisogna dire che sono per la bambola, altrimenti la mamma non ci d nulla,  soggiunse la Giulia.
Ma Lida, quando fu dalla mamma, le chiese i dolci per s, e la mamma gliene diede tanti tanti perch aveva detto la verit, e invece alla Giulia, che li aveva chiesti per la bambola, ne diede pochi.
 Perch alla Lida ne hai dati di pi?  chiese Giulia tutta imbronciata.
 Perch la Lida  pi grande della bambola ed essa li ha domandati per s.
 Allora, dammi dei dolci per me e tanti, perch sono pi grande della Lida.
 Per questa volta devi contentarti,  rispose la signora  e ci perch ti voglio mostrare che non si devono dir bugie e chiedere dolci per la bambola, quando si sa che le bambole non mangiano dolci e che  un pretesto per farseli dare dalla mamma.
Per Lida che aveva buon cuore volle riunire tutti i dolci e fare una merendina insieme con Rosa e Celeste; poi misero le loro bimbe in letto per andare a trovare il nonno, che doveva raccontare la storia del telefono.
Ma il nonno era occupato a parlare colla loro mamma e non aveva tempo di dar retta a quello che dicevano.
La signora Fella teneva in mano una lettera e pareva molto contenta e parlava a bassa voce con Barbabianca.
Giulia moriva dalla voglia di sapere che buone notizie avesse ricevuto la mamma da renderla tanto allegra e che cosa significassero quei misteri che aveva col nonno.
 Mamma, mamma,  andava dicendo,  chi tha scritto?
 Lo sai che i bimbi non devono essere curiosi; se fosse qualche cosa per te, te lavrei detto.
  lo zio Gino che scrive?
 No!
  la nonna?
 Non ti dico nulla, sei troppo curiosa.
 Allora voglio che il nonno mi dica cosa c dentro nel telefono e come si fa a sentire la sua voce.
 Te lo dir domani,  rispose Barbabianca,  oggi non ho tempo.
 Perch?
 Perch ho delle faccende colla tua mamma, che le bimbe non devono sapere.
 Andiamo in giardino,  diceva Lida, che si annoiava a quei discorsi.
 Brave, andate in giardino e se sarete buone andremo pi tardi a passeggio in carrozza.
 S, s, in carrozza,  disse Lida,  mi piacciono anche i cavalli.
 S, andate intanto a vedere i cavalli.
 Voglio portare un pezzetto di zucchero ai cavalli,  esclam Giulia.
 Va bene, andate in cucina a prendere un pezzetto di zucchero, e poi portatelo ai cavalli,  disse Barbabianca.
 Vi raccomando di non metterlo nella vostra bocca invece di quella dei cavalli,  aggiunse la signora Fella.
 Un pezzettino piccino cos,  disse Lida,  mi permetti, mamma?
 S, s, ma un pezzetto solo,  le rispose.
Del resto Fella era cos contenta, che non avrebbe saputo negar nulla alle sue figliuole.
Si trattava che doveano arrivare proprio quel giorno i suoi genitori e sua sorella Ida coi bimbi, che non vedeva da tanto tempo, e stava appunto combinando col padrino per andare ad incontrarli a met strada senza dir nulla alle figlie, a fine di procurar loro quel divertimento e fare a tutti una sorpresa.
Fella era tanto impaziente che arrivasse la sua famiglia, che le pareva non passassero mai le ore e fece attaccare la carrozza unora prima del tempo: ma Barbabianca diceva sempre che era anche lei una bimba, tanto gli pareva impossibile che avesse quei due diavoletti di bambine che correvano nel giardino.
 Il tempo non passa mai,  ripeteva Fella con impazienza.
 Va a correre colle tue figliole nel giardino,  disse Barbabianca;  quando sar ora di partire ti chiamer.
Fella non se lo fece dire due volte, e corse a raggiungere le bambine, che erano tutte allegre quando la mammina prendeva parte ai loro giuochi.
Ed essa correva, giocava a rimpiattino, e pareva davvero una bambina; del resto era tanto giovane che si sarebbe detto fosse la sorella maggiore delle sue figlie.
Essa fece poi dei mazzi di fiori e disse:  Li porteremo con noi a passeggio.
 Dove andiamo, mamma?  chiese la Giulia.
 Vedrai.
 Non potrei saperlo prima
 No, perch voglio farvi una sorpresa.
 La carrozza  pronta,  disse Barbabianca.
E Fella e le bimbe tutte contente e colle mani piene di mazzi di fiori salirono in carrozza e via di galoppo per laperta campagna.
 Dove andiamo?  ripetevano le bimbe.
 Vedrete,  rispondeva il nonno.
Ma gi Fella era impaziente di svelar loro qualche cosa.
 Indovinate,  disse.
 Andiamo a fare una visita da una signora che ci dar dei dolci?  chiese Giulia.
 No, qualche cosa di meglio.
 Andiamo in paese a comprare dei balocchi?
 Non avete in mente che balocchi,  disse Fella.  Ora scendiamo e passeggeremo un pochino. Dovrebbero esser qui,  disse poi volgendosi a Barbabianca.
 Che impaziente!  impossibile che possano esser qui ora, ci vorranno ancora venti minuti.
  la nonna?  domand la Giulia, che aveva capito tutto.  Oh che gioia, vien la nonna, il nonno Vivaldi!  e si metteva a batter le mani dalla contentezza.  E chi altro deve venire?  chiese poi alla mamma.
 Mah! non si sa.
Intanto si sentiva il rumore duna carrozza che si avvicinava.
 Sono qui,  disse Fella, e affrett il passo.
La carrozza si avanzava in mezzo a un nuvolo di polvere.
 Mamma, mamma!  grid Fella.  Nonna, nonna!  gridarono le bimbe.
La carrozza si ferm, discesero tutti e sabbracciarono.
 Che bella sorpresa!  disse la signora Vivaldi.
 Anche la zia Ida!  esclam Giulia.  Anche Rico, Carlino, Ottavio. Oh gioia, come ci divertiremo!
E si fece avanti per salutare i cuginetti.
Lida era tutta confusa in mezzo a quella gente, ma anchessa era contenta e batteva le manine, dicendo:
 Nonna! nonna! tanti bimbi.
E quando poi la nonna la vide, se la prese fra le braccia e non finiva mai di baciarla.
Ma Barbabianca disse che era tempo di andare a casa e le bambine non volendosi staccare dai loro cuginetti e la Fella dalla sua mamma e dallIda, combinarono di andare le tre signore in una carrozza e nellaltra il nonno con tutti i nipotini, e cos savviarono verso casa tutti contenti ed allegri e facendo progetti di giuochi e passeggiate per tutto il tempo che sarebbero rimasti insieme in campagna.
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Capitolo 3.
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ARRIVO DEGLI ZINGARI.
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Appena giunti alla Pergola, villa dei signori Vivaldi, i bimbi si misero a correre per il giardino per vedere se ci fosse qualche cosa di nuovo. Trovarono infatti un bel capanno di piante rampicanti e pensarono subito di stabilirvi la loro dimora.
 Porteremo qui i nostri balocchi,  disse Ottavio, che era il pi piccino.
 Anche le nostre bambole,  rispose Giulia.
 E qui pianter il mio bersaglio,  aggiunse Carlino.  Ma dov il mio bersaglio? Vado a prenderlo,  e corse in casa.
Bisogna sapere che Carlino era molto birichino, e la disperazione della sua mamma. Appena entrato in casa vide il baule aperto, e non riuscendo a trovar subito il bersaglio tir fuori tutta la roba e la semin per terra. Intanto sent venire la mamma, e per tema dessere sgridato si cacci sotto il letto.
LIda infatti entr insieme alla sua mamma, e vedendo quella confusione si mise le mani nei capelli dicendo:
 Ecco,  venuto certo quel diavolo di Carlino ed ha fatto tutto questo parapiglia; ti dico che con quel figliuolo non si pu mai aver pace; io gi non sono contenta finch non lho messo in collegio!
Carlino sentiva tutto dal suo nascondiglio e pensava che in collegio non vi sarebbe andato nemmeno per sogno; gli piaceva troppo fare a modo suo.
Intanto la sua mamma aveva un bel da fare a mettere un po dordine, e andava dicendo:
 Lascia fare a me, oggi avr un bel castigo, gli far vedere che cosa si guadagna a mettere tutto sossopra.
E in un momento che and nellaltra stanza, Carlino sgusci fuori e disse:
 A me in castigo? chi mi piglia  bravo.
E via di corsa gi per le scale e in giardino a raggiungere i suoi cuginetti, portando in trionfo il suo bersaglio, che attacc al tronco dun albero.
Allora tutti i fanciulli cominciarono a tentare di colpire nel segno: fra questi cera anche Nanne, figlio di Nando il fattore. Poi volle provarsi anche la Giulia, ma Carlino non voleva, perch diceva che non sono divertimenti da fanciulle, le quali devono contentarsi di giuocare colle bambole. La Giulia allora, che era una bricconcella come Carlino, per castigarlo di non voler darle lo schioppo per tirare, prese un sasso e lo gett nel centro del bersaglio e lo fece andare in frantumi. Carlino si mise a piangere e voleva che la mamma castigasse la Giulia.
Ma la mamma gli disse che se lo meritava quel castigo, perch aveva posto sossopra tutto il suo baule, e gli stava bene.
Questa scena mise di cattivo umore i bambini, bench Rico, il quale era il maggiore, facesse ogni sforzo per rappacificarli; ma quando la mamma propose di far visita al nonno Barbabianca si rasserenarono subito e andarono saltando a prendersi i loro cappellini per correre al castello, dove sapevano che cera sempre per loro qualche balocco o qualche dolce, ed anche qualche bella storiella con cui il nonno sapeva intrattenerli.
Quel giorno per il nonno era molto occupato e se ne accorsero subito quando entrarono nel suo salotto e lo trovarono pieno di gente.
Cerano radunate tutte le autorit del paese: il dottore, il farmacista, il segretario comunale, il maestro di scuola e molti contadini, fra gli altri la Barbara con Cecco, il suo figliuolo, un fanciullo cattivo, bisbetico, che in paese nessuno poteva soffrire.
Essa parlava, gesticolava e voleva far capire ad alta voce le sue ragioni a Barbabianca, il quale faceva il possibile per calmare tutta quella gente.
Sul principio i nostri bambini non capivano bene di che si trattasse, poi compresero che quella gente voleva che Barbabianca sadoperasse per scacciare una trib di zingari venuta ad accamparsi quella mattina nei dintorni.
 Bisogna mandarli via,  diceva la Barbara,  essi rapiscono i bambini.
 In quanto a questo voi non centrate, bambini non ne avete e se vi rapissero quel monello di Cecco, non sarebbe poi gran male; gi, una volta o laltra ve lo metteranno in prigione se continua cos,  disse Barbabianca.
 Rubano la legna,  soggiunse la Barbara.
 Non farebbero che imparare da voi, anzi vi avverto che se andate unaltra volta nel mio bosco a rubare la legna, come la settimana scorsa, c il mio fattore che ha giurato di farvela costar cara.
 Io non faccio che industriarmi per vivere,  disse la Barbara, rossa come un gallo,  eppoi io sono del paese ed  un altro conto.
Gli altri erano pi moderati e domandavano consiglio a Barbabianca su quello che dovevano fare.
Barbabianca diceva che prima di condannare delle persone che non hanno fatto nulla di male, bisognava vedere e riflettere; che infine quei zingari non avevano fatto altro che piantare le loro tende nellaperta campagna, forse colla speranza di guadagnare qualche soldo nelloccasione della fiera che ci doveva essere in quei dintorni.
 Lei conosce il mondo ed ha pi esperienza di noi,  diceva quella gente,  ci rimettiamo nelle sue mani.
E Barbabianca prometteva che se ne sarebbe occupato, anzi sarebbe andato egli stesso a fare una visita agli zingari, avrebbe cercato di scoprire le loro intenzioni e in ogni modo avrebbe sempre procurato che in paese non accadessero guai e che tutti fossero contenti.
La Barbara era furente, e diceva che erano vagabondi e bisognava cacciarli via.
 Calmatevi, calmatevi,  diceva Barbabianca;  se si dovessero mandar via tutti i vagabondi, so io da chi bisognerebbe cominciare.
 Ecco come sono questi signori,  disse Barbara ad una donna che aveva vicino.  Andiamo, andiamo, soggiunse rivolta al figlio,  qui non c nulla da fare, sono tutti daccordo per danneggiare la povera gente.
Ma le sue parole non trovarono eco, perch tutti amavano Barbabianca e invece essa non era amata da nessuno.
Anche gli altri se nandarono lasciando la cosa nelle sue mani, avendo piena fiducia in lui.
Quando fu liberato da tutta quella gente egli diede un sospirone di sollievo e baci i suoi nipotini, i quali avevano preso interesse al discorso degli zingari e domandarono subito al nonno che qualit di bestie fossero costoro.
 Sono uomini come noi,  rispose Barbabianca,  ma invece di avere una casa, come abbiamo noi, essi girano il mondo portandosi dietro le loro tende, come la lumaca porta dietro la sua chiocciola e la tartaruga la sua casa.
 O bella!  disse Rico,  mi piacerebbe vedere come  fatta la gente senza casa.
 Se volete venir domani con me a trovarli, io vi accompagner volontieri.
 Andiamo, andiamo,  disse la Giulia, e chiesero alle loro mamme il permesso di far quella visita.
Le mamme diedero il permesso, anzi dissero che se avessero avuto tempo sarebbero state anchesse della brigata, perch avevano curiosit di vedere un accampamento di zingari; e cos fu tutto combinato per il giorno appresso. Ottavio per era un po pauroso e disse:
 Ma  vero che rubano i bambini?
 Non credo che al giorno doggi vi sia della gente tanto cattiva che faccia di queste cose,  rispose Barbabianca;  in quanto a voi poi, avete la vostra mamma e il vostro nonno, non dovete aver paura.
 Ma se ci perdessimo nel bosco?
 I bambini quando sono soli non devono allontanarsi troppo da casa,  disse la mamma.
Per Ottavio era pensieroso e soggiunse:
 Perch quella donna ha detto che rubano e trafugano i bambini?
 Perch in campagna sono tutti ignoranti e superstiziosi e vedono pericoli dappertutto. Non sapete che una volta tutti avevano paura anche di me,  aggiunse il nonno,  e mi credevano un mago? Domandatelo alle vostre mamme come scappavano quando mi vedevano.
 Noi no,  disse Fella,  ma lo zio Emilio aveva paura.
  vero?  chiesero i bimbi.  Raccontaci, raccontaci, nonnino.
 Figuratevi che allora avevo la barba nera e mi vestivo di nero perch portavo il lutto per la mia figliuola e la mia moglie che erano morte, e stavo chiuso tutto il giorno nel mio studio. Qualche volta facevo di quegli esperimenti che a voi piacciono tanto, ma qui i contadini dicevano che erano opere del diavolo e che ero un mago; perci mi fuggivano e una volta vollero persino bruciarmi la casa.
 Povero nonnino!  disse Ottavio, e gli salt in grembo.
Anche Lida volle andare in braccio del nonno per carezzargli il barbone bianco, e la Giulia gli dava tanti baci.
 Vedete come sono ignoranti? Voi per non avete paura del vostro nonno.
 Paura!  risposero quei bambini, e si misero tutti a ridere duna simile supposizione e non cessavano di mostrargli la loro simpatia, quasi per compensarlo del dispiacere che aveva dovuto sopportare quando tutti avevano paura di lui.
E lungo la via per ritornare a casa non fecero che parlare degli zingari che dovevano visitare il giorno appresso e del nonno che una volta faceva paura alla gente e lo credevano mago.
  vero?  dicevano alle loro mamme.
 Altro che vero! Avemmo per qualche giorno paura anche noi; ma allora portava la barba nera, gli occhiali grandi grandi e si faceva accompagnare da un cagnone nero che incuteva timore.
Ma quei bimbi non volevano persuadersi che vi fosse stato un tempo in cui il nonno facesse paura e andavano ripetendo:
 Pare proprio impossibile; se non ce lo dicessero le nostre mamme, non si potrebbe crederlo.
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Capitolo 4.
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VISITA AGLI ZINGARI.
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Il giorno appresso quei fanciulli serano alzati prestissimo perch erano impazienti dandare a vedere gli zingari. Non facevano che parlarne e lasciarono in un canto i loro balocchi; tanto erano occupati dal pensiero di quel nuovo spettacolo, quantunque le loro mamme avessero detto che sarebbero andati dopo colazione.
 Facciamo colazione,  andava dicendo Carlino.
 Mamma, ho fame,  soggiungeva la Giulia.
  tardi,  rispondeva Rico.
La Lida e Ottavio, che erano i pi piccini, non dicevano nulla, essi non capivano cosa fossero questi zingari; ma limpazienza dei loro fratelli si propagava anche in loro e non vedevano lora di mettersi in cammino.
Quando venne annunciata la colazione furono tutti contenti e mangiando non facevano altro che parlare della visita agli zingari e tempestavano le loro mamme di domande.
 Mamma, come sono vestiti?  dicevano.
 Vedrete,  rispondevano.
 Mangiano colle mani e colla forchetta? Sono belli o brutti? vecchi o giovani?
 Vedrete,  replicavano le loro mamme;  e ricordatevi che se ci annoiate colle vostre domande resterete a casa per castigo.
Dopo questa minaccia rimasero tutti tranquilli fino allora che venne Barbabianca a prenderli per la gita progettata.
Non si fecero aspettare e corsero a prendere i loro cappellini e savviarono davanti alle loro mamme e al nonno, che dava il braccio alla nonna Giulia.
Era una bellissima giornata dautunno e il sole spargeva i suoi raggi doro sulla campagna ancora verdeggiante. I contadini lavoravano nei campi e mandavano allaria delle allegre canzoni. Bei grappoli duva pendevano dalle viti e invogliavano a mangiarne.
Lida stendeva le manine per prendere quei grappoli e diceva:
 Uva, uva! dammi uva.
La mamma rispondeva che non si poteva prenderla, perch apparteneva agli altri proprietari; ma Lida non capiva e quasi piangeva per aver luva; quando poi vide Cecco che passando colse un bel grappolo, si mise a gridare:  Anche Lida, uva! anche Lida, uva!
Barbabianca come vide Cecco rubar luva gli diede un colpo col suo bastone e gli disse:
 Bada che se non fai giudizio ti far mettere in prigione; quelluva non tappartiene e devi lasciarla stare; e dire che la tua mamma vorrebbe cacciar via gli zingari; bisognerebbe prima mandar via te e lei insieme per liberare il paese dai furfanti.
Intanto Cecco se lera data a gambe facendo le boccacce a Barbabianca, e quando fu lontano scagli un sasso che per poco non and a colpire la Fella.
 Birbante! Ti far mettere in prigione,  disse Barbabianca, raccogliendo il sasso;  lascia fare a me, per un pezzo uva non ne mangerai pi.
Poi vedendo che Lida desiderava delluva, sporse qualche soldo ad un contadino che lavorava in un campo perch gli permettesse di staccare un grappolo per la bimba.
 Non sincomodi,  disse il contadino, rifiutando il denaro e salutando Barbabianca,   buon padrone di prendere tutta luva che desidera; non si ricorda che con una medicina mha salvato la mia figliuola? Sono felice di fargli piacere.
 Ah s, mi ricordo, buon uomo!  rispose Barbabianca;  stacco qualche grappolo per questi bambini, ma prendete, vi prego; comprerete qualche cosa a vostra figlia.
E volle ad ogni costo che accettasse una moneta, che il contadino si decise a prendere ringraziando e benedicendo Barbabianca.
 Come  piacevole farsi amare da tutti, come fai tu!  disse la sua figlioccia.
 Si contentano di poco questi contadini, e si fa presto. Per ci non toglie che ve ne siano di cattivi, come avete veduto quello che ci ha gettato un sasso. Meriterebbe davvero dessere messo in prigione;  la peste di questi paesi. Bisogner ben pensare a qualche cosa, cos non pu continuare; finir col guastare anche i buoni,  prosegu Barbabianca.
Con questi discorsi erano giunti presso al villaggio, in un campo dove si vedeva una specie daccampamento. Nel mezzo vi era una tenda grandissima, poi unaltra pi piccola e due o tre carri coperti che al bisogno potevano anchessi servire di ricovero; intorno cera tutta una popolazione, uomini, donne, fanciulli, muli, cani, e tutti accovacciati in terra in attitudini diverse. Da una parte un bel fuoco e una caldaia che bolliva sostenuta da un bastone posto fra due rami dalbero con molte persone in giro; dallaltra dei fanciulli che giocavano, poi donne col lavoro in mano e uomini forti che aggiustavano arnesi di rame.
 Oh bello!  gridarono i nipotini di Barbabianca, al veder quella scena.
 Mi piacerebbe anche a me andar a giuocare con quei bambini,  disse Rico.
 State tutti tranquilli,  disse Barbabianca;  mettetevi qui in disparte e lasciate che io mi faccia avanti ad esplorar terreno.
Infatti, appena gli zingari videro avanzarsi Barbabianca col suo aspetto venerabile, si alzarono tutti in piedi e lo salutarono, perch essi avevano molto rispetto per i vecchi, e gli chiesero subito che cosa desiderasse.
Barbabianca chiese di parlare al loro capo, e un uomo alto, bruno, daspetto robusto e dunet piuttosto avanzata si diresse verso Barbabianca.
 Dio mio!  disse Ottavio  quelluomo cos mal vestito mi fa paura; se io fossi il nonno scapperei.
Invece il nonno parlava tranquillamente con quelluomo e gli chiedeva a quale scopo si fosse piantato in quel campo.
Quelluomo parlava con accento straniero, ma si faceva capire. Quando seppe che Barbabianca era il sindaco del paese, gli chiese il permesso di stare in quel posto con tutta la sua trib.
 Vede,  disse,  ho mia moglie ammalata e mi dispiacerebbe dovermi muovere, e poi sapendo che nel villaggio vicino vi sar presto una fiera, spero di guadagnare qualche moneta.
 Ma in che modo vi guadagnate da vivere?  chiese Barbabianca.
 Sempre onestamente, signore; siamo povera gente, ci contentiamo di poco, ma il pane che si mangia si guadagna col lavoro delle nostre mani. Come vede, ci ingegniamo a fare un po di tutto quello che capita; si fa il magnano, saggiustan le casseruole e gli arnesi di cucina; i fanciulli suonano qualche strumento e i giorni di festa vanno in giro a prender qualche soldo.
 Bene, bene; finch vi contentate di guadagnarvi onestamente da vivere, non vi molester,  rispose Barbabianca,  anzi procurer daiutarvi. Ed ora, se permettete, faccio venir qui quei bambini, i miei nipotini, che desiderano vedere da vicino il vostro accampamento.
 Vengano, vengano,  soggiunse il capo degli zingari,  siate i benvenuti nella nostra tenda.
E Barbabianca avendo fatto cenno ai bimbi di avvicinarsi, essi vennero di corsa; ma si misero vicini al nonno, non avendo coraggio di farsi avanti tutti confusi di vedersi in mezzo a quella gente cos nuova per loro.
Carlino e Giulia, i due curiosetti della compagnia, si fecero per coraggio ed osservarono una bella fanciulla pi ben vestita degli altri, che teneva fra le braccia una scimmietta.
 Guarda, nonno,  disse Giulia,  guarda quella bella bimba. Ha in braccio una scimmia viva, non come quella imbalsamata che hai tu nel tuo studio.
  vostra nipote?  chiese Barbabianca al capo degli zingari.
 No,  la figlia della trib, e lidolo di tutti noi.
 Che labbian rubata?  disse Rico a bassa voce alla mamma.
Il capo della trib, che aveva lorecchio finissimo, ud quelle parole e rivoltosi a Rico rispose:
 Noi non rubiamo bambini. La Bina labbiamo trovata per la strada mezza morta di fame e di freddo; se non vuoi crederlo, domandi a lei la sua storia.
S dicendo fece cenno alla Bina di farsi innanzi, e la fanciulla savvicin subito a quel crocchio di gente.
 Racconta la tua storia a questi signori,  disse lo zingaro.
  troppo lunga,  rispose la bimba.
 Non abbiamo fretta,  soggiunse Barbabianca;  per sar meglio metterci allombra e sederci sullerba.
Cos fecero, e fecero pure sedere la Bina e la pregarono di raccontare la sua storia.
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Capitolo 5.
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BINA E FURBETTA.
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La bambina fece un profondo sospiro e incominci:
 Una volta avevo il babbo e la mamma, allora era un bel vivere. Il babbo suonava lorganino, la mamma gli andava dietro per raccogliere i soldi ed io sempre sulla cassa dellorganino, ben coperta, giravo il mondo e mi divertivo a vedere i bambini che venivano intorno a noi, e tante volte mi davano i dolci.
Un giorno si doveva andare a Napoli, ma il babbo si sent male e stette a letto tutta la giornata; la mamma mi mand da una vicina per poterlo curare, e quando, dopo una settimana, tornai a casa, il babbo non cera pi. Chiesi alla mamma se fosse andato a Napoli, ma mi disse che era andato in un paese lontano lontano, ancora pi bello di Napoli, e che pi tardi si sarebbe andati anche noi a raggiungerlo. A me restava la mamma ed ero contenta. Dopo alcuni giorni si ricominci a girare il mondo col nostro organino; la mamma suonava, ed ero io che andavo a raccogliere i soldi, e si continu cos per un po di tempo; si dormiva in un lettino tutte due e la mamma la mattina si alzava prima di me e preparava qualche cosa da mangiare, anzi un nostro amico aveva regalato alla mamma questa scimmia. Io mi divertivo ad ammaestrarla e guadagnavo qualche soldo pi di prima, ed eravamo contente.
Una mattina mi sveglio, ma vedo la mamma in letto che non si muove; la chiamo e non mi risponde. Allora, spaventata, mi metto a gridare; capita una vicina e mi dice che la mamma non era pi l, ma era andata a raggiungere il babbo. Allora mi misi a piangere e a gridare che volevo anchio seguire il babbo e la mamma; poi non mi ricordo pi bene che cosa avvenisse. So che un uomo mi prese con s e mi condusse in una casa dove cerano degli altri fanciulli, che avevano tutti uno strumento per suonare. Uno suonava larpa, laltro il violino, laltro la chitarra, alcuni avevano degli animali ammaestrati, uno specialmente aveva un bel cagnolino che faceva tanti scherzi e mi divertivo tanto che dimenticai il mio dolore e il desiderio di raggiungere il babbo e la mamma. Per qualche giorno non and male, mi davano la zuppa tutte le mattine e tutte le sere e quei bambini mi divertivano. Io avevo la mia scimmia, alla quale volevo tanto bene perch rimasta la mia unica compagnia. Un giorno entr un uomo non mai veduto e mi dissero chera il socio dellaltro padrone, e molto cattivo. Costui vedendomi sclam:
 E questa bimba che fa? bisogna bene che si guadagni il pane.
Poi, rivoltosi a me, disse:  Sentiamo cosa sai fare?
 Suonare lorganino, e far fare dei giuochi alla mia scimmia, a Furbetta.
  Non basta, tutti sono buoni a suonare lorganino, bisogna almeno imparare a cantare.
  Non so,  risposi.
  Imparerai,  soggiunse.
 E da quel giorno cominci per me un vero supplizio. Ogni sera mi insegnava a cantare, mi faceva sfiatar al punto da dolermi la gola, ma stonavo sempre e ogni volta che stonavo mi dava delle bastonate, dicendo che era un mezzo sicuro per farmi cantar bene; ma non gli riusciva di farmi cantare nel tono giusto.
 Io piangevo ed avevo le braccia livide dalle percosse.
 Il fanciullo dal cagnolino ammaestrato, che tutti chiamavano Rampichino, perch sarrampicava collagilit dun gatto, sera posto a proteggermi, forse perch era anchegli senza genitori e gli facevo compassione, e disse a quelluomo che mi batteva sempre che sarebbe stato meglio se avessi imparato a ballare, mentre di quelli che cantano ce n tanti e la gente non voleva pi saperne, e nessuno si fermava pi ad ascoltarli, e invece si sarebbero divertiti a vedermi ballare con Furbetta. Lidea non dispiacque a quelluomo, e dopo avermi fatta fare una piroetta, che mi riusciva pi facile del canto, disse:
  Vedremo, dipender da quello che guadagni; domani uscirai cogli altri e se quando ritorni a casa mi porti un bel mucchio di quattrini non ti far pi cantare.
 Il giorno dopo uscii con Rampichino, il quale mi insegn i luoghi pi frequentati; io mi misi a ballare con Furbetta, feci ridere quella gente e mi diedero tanti soldi, che portai a casa tutta contenta, e per quella sera il padrone non mi torment. Ma non tutti i giorni land cos bene e qualche volta portavo a casa poco, quantunque Rampichino mi regalasse spesso alcuni quattrini, di quelli che aveva guadagnato. Egli guadagnava pi di tutti perch Lampo, il can barbone, faceva giuochi cos graziosi che era lammirazione della gente. Ci divertivamo mezzo mondo a dare quelle nostre rappresentazioni, e a far colazione seduti sui gradini di qualche chiesa; la sera si spartivano i denari presi durante la giornata. Si era fatto il progetto di continuare sempre cos e poi, quando si fosse pi grandi, si faceva conto di sposarci e dandare insieme a girare il mondo soli, senza star soggetti a padroni che non facevano che maltrattarci.
  E se un giorno o laltro i nostri padroni ci separassero?  disse Rampichino.
  Allora io scapperei per venirti a cercare, risposi.
  E anchio sai, non potrei stare senza di te, senza Furbetta,  soggiunse Rampichino; e da quel momento ci siamo promessi di cercarci reciprocamente nel caso duna separazione.
 Un giorno fu finita la nostra gioia e fummo divisi. Una parte dei fanciulli era destinata ad andare a Napoli con uno dei padroni e gli altri dovevano rimanere sul lago di Como. Rampichino part ed io rimasi a Como col padrone pi cattivo.
 Rampichino mi disse prima di partire:
  Ti prometto che alla prima occasione scappo.
  Anchio  risposi piangendo  voglio scappare; intanto ricordati di me.
 Quando il mio amico fu lontano ricominciarono i maltrattamenti del padrone; io non avevo nessuno cui confidare i miei dispiaceri e li confidavo a Furbetta e le parlavo di Rampichino. Essa mostrava di volermi bene e ci formava la mia unica consolazione.
 Un giorno chio non potei portar a casa nemmeno un quattrino perch pioveva e nessuno stava per le strade, il padrone alz il bastone per battermi, ma Furbetta che se naccorse gli salt addosso e gli morse un braccio. Egli allora tutto rabbioso prese pel collo la mia compagna e la gett gi dalla finestra. Io corsi come un lampo per la strada a raccoglierla; fortunatamente si era attaccata al cornicione duna finestra e non sera fatta male. Quando mi vide mi salt in braccio ed io fuggii di corsa da quella casa.
 Per paura che il padrone mi seguisse, corsi finch ebbi un po di fiato; poi colsi al volo una carrozza che passava, mi vi arrampicai dietro con Furbetta e mi lasciai trasportare cos per molto tempo, finch la carrozza si ferm davanti ad unosteria. Avevo fame e freddo ed ero senza un soldo. Anche Furbetta mi faceva capire che aveva fame; io le feci fare qualche giuoco alla presenza di alcune persone sedute davanti allosteria. Le divertimmo e mi diedero qualche soldo. Comperai del pane e poi continuai a camminare per andar sempre pi lontano dal mio padrone. Cos feci per molti giorni: la notte dormivo in qualche stalla, in qualche capanna abbandonata, dove capitavo; di giorno facevo fare a Furbetta i suoi giuochi e procuravo di guadagnare qualche soldo. Ma cos non poteva durare.
 Una notte caddi per la strada quasi morta di fame, la mattina mi trovai in una capanna con un buon fuoco in mezzo a questa gente che  tanto buona per me e per Furbetta, e ora non li abbandono pi e giro sempre con loro nella speranza di trovare Rampichino.
Tanto Barbabianca, quanto le signore ed i bambini avevano ascoltato con molto interesse la storia di Bina, e le bambine volevano vedere i giuochi di Furbetta; ma Barbabianca disse che era lora dandare a casa e preg Bina di venire il giorno dopo alla sua villa con Furbetta a dare un trattenimento per divertire i bimbi: intanto le diede una moneta dargento, unaltra ne diede al capo della trib, e gitt in mezzo al campo dei soldi perci i bambini degli zingari corressero a prenderli e disse:
 Siete buona gente e spero troverete da guadagnare in questo paese; per vi raccomando di non andar pei campi a rubare n la legna n la frutta, perci allora sarei costretto a mandarvi via.
 Guardi,  disse il capo, e li condusse in un angolo remoto dove un fanciullo stava legato ad un carro;  ha rubato un grappolo duva ed ora deve star in quel posto una settimana.
Era un bel bambino dalle guance rosse e dagli occhi e dai ricciolini neri, e i nipoti di Barbabianca nebbero compassione e pregarono il capo di liberarlo.
Egli prima non voleva, poi sarrese alle preghiere di Barbabianca e liber il bambino facendogli prima giurare che non avrebbe mai pi rubato, e quel bimbo fu cos felice di esser libero che non rifiniva di baciare le vesti di Barbabianca ed anche le donne fecero lo stesso, e cos se ne tornarono a casa tutti contenti della loro passeggiata e in mezzo alle benedizioni di tutta quella gente.
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Capitolo 6.
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LE PRODEZZE DI FURBETTA.
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Giulia era impaziente che venisse il giorno appresso per vedere le bravure di Furbetta e per far amicizia colla Bina, per la quale sentiva una grande simpatia.
Il nonno aveva preparato una specie di palcoscenico dove Bina e Furbetta dovevano dare la loro rappresentazione, e aveva disposto le sedie a semicerchio nella sala, per gli spettatori. A quello spettacolo erano invitati anche i contadini, perch sperava cos di vederli pi pietosi verso i poveri zingari, e poi quel giorno era domenica e Barbabianca preferiva offrire ai contadini un divertimento affinch non andassero allosteria.
Invit tutti quelli che abitavano le cascine dei dintorni, eccettuati la Barbara e Cecco, per castigare il ragazzo daver il giorno prima gettato il sasso e rubata luva. Cecco, che aveva voglia anche lui di vedere le prodezze di Furbetta, giur di vendicarsi con Barbabianca, con Bina, con Furbetta e con tutti quei signori che odiavano la povera gente, come diceva lui e la sua mamma.
Lora del trattenimento era fissata dopo la messa, e alluscire dalla chiesa non si vedevano che faccie contente di contadini e di bimbi che dovevano assistere a un divertimento nuovo e inaspettato.
Anche i nostri piccoli amici erano tutti lieti, e dicevano che il nonno era tanto buono, che pensava sempre a nuove sorprese per farli divertire. La Lida, che non aveva mai veduto scimmie ammaestrate, domandava alla sorella ed ai cugini delle spiegazioni e diceva:
 Ma come fanno le scimmie a far tante belle cose?
 Colle mani.
 Hanno le mani come noi?
 Anzi pi di noi,  diceva Carlino che era felice quando poteva fare il saccente;  invece di due le scimmie hanno quattro mani, e poi son fatte come noi.
 Ma sono brutte,  diceva Lida,  hanno la coda.
 Ce ne sono anche di quelle senza coda,  rispondeva Carlino.
Ma Ottavio non voleva credere e diceva di non averne mai vedute senza coda e che Carlino voleva fargli vedere lucciole per lanterne.
Ma Carlino sosteneva che cerano scimmie senza coda e fatte proprio come le persone, che anzi ne aveva veduta una disegnata nellultimo numero del Giornale dei Fanciulli, al quale erano abbonati. Cominciarono a disputare; ma la Giulia, che qualche volta sapeva essere una donnina, disse che non cera bisogno di gridare e bastava domandarlo al nonno che sapeva tutto.
Intanto erano entrati nella villa del nonno e subito andati ad occupare i posti migliori.
Dietro di loro era entrata una folla di contadini colle donne e i bambini e avano una gran voglia di mettersi vicino ai signori, ma non osavano. Fu Barbabianca che li mise tutti al posto: i bimbi davanti, di dietro le donne e gli uomini in piedi dietro a tutti.
A mezzogiorno preciso si present sulla scena la Bina vestita da signora con un abito a strascico, e dietro a lei Furbetta vestita da cameriera con un grembiule di bucato e una cuffietta bianca in testa.
Bina sedette sopra una poltrona e suon il campanello. Furbetta si avanz e fece un inchino tanto buffo che in tutta la sala scoppiarono delle sonore risate.
 Furbetta,  disse Bina,  ho fame, portami il pranzo.
Furbetta and a prendere la tovaglia, prepar la tavola mettendoci i tondi, le posate, i bicchieri, tutto in pieno ordine; poi and dietro la scena e torn con un piatto pieno di dolci; ma, senza che la Bina se naccorgesse, cominci a mangiarne uno, due, tre con gran gioia degli spettatori, e non port alla sua padrona che il piatto quasi vuoto.
Essa la sgrid, ma Furbetta fece segno che il cuoco li aveva bruciati. Quando si tratt di portare il vino, Furbetta ne vuot quasi tutta la bottiglia; poi vi aggiunse dellacqua e la port cos alla padrona.
Bina cominci a sgridarla, ma Furbetta faceva segno che non sapeva niente, e allora Bina le ordin di portarle il cappello perch voleva uscire.
Furbetta and a prendere il cappello e il mantello, e quando Bina fu uscita and nella stanza della padrona, si mise uno dei suoi vestiti, poi si sdrai in poltrona, come soleva fare la Bina, e si mise a leggere un giornale.
A questo punto gli applausi scoppiarono in tutta la sala e la scimmia si alz dalla poltrona, si fece avanti e ringrazi il pubblico con un inchino.
Intanto venne a casa Bina e trovando Furbetta al suo posto la sgrid e disse che non la voleva pi tenere al suo servizio. Allora la scimmia si mise in ginocchio a domandarle scusa. Bina si fece pregare, ma ad un certo punto non seppe resistere alle preghiere di Furbetta e le perdon.
Furbetta dalla gioia abbracci la sua padrona e si mise a ballare fra gli applausi di tutti gli spettatori che volevano il bis ad ogni costo; ma Bina, ringraziando, disse che Furbetta era un po volubile e non si sarebbe adattata a ripetere subito la stessa scena. Allora i bambini domandarono qualche altro trattenimento, non volendo che il loro divertimento finisse cos presto.
Bina non sapeva che fare, perch non aveva portato i vestiti n gli arnesi occorrenti per unaltra scena.
Allora il nonno, che voleva veder allegri i suoi nipotini, propose di dare una scossa elettrica a Furbetta per vedere le smorfie che avrebbe fatto.
Bina non voleva per tema che la sua cara scimmietta ne soffrisse; ma quando Barbabianca lassicur che ci non le potrebbe fare alcun male, si persuase a consegnare la sua Furbetta nelle mani del nonno.
Egli fece portare una macchina elettrica e mise i due poli nelle mani di Furbetta. La scossa latterr in modo, e fu tale il sussulto, che la povera bestiuola fece un salto e and colle gambe allaria, con gran divertimento di tutti i presenti.
Ma, appena rialzata, volle vendicarsi di Barbabianca: gli tolse gli occhiali, gli rub di tasca la tabacchiera, prese un pezzo di carta bianca e si fece una barba che attacc alle orecchie, si mise gli occhiali sul naso, prese dallattaccapanni un soprabito che indoss allistante, poi si die a girare sulla scena colla tabacchiera in mano, imitando tanto bene Barbabianca che uno scoppio di ilarit echeggi per la sala, e il nonno per il primo si mise a ridere vedendosi posto tanto bene in caricatura.
  proprio una Furbetta quella scimmia,  disse  io voleva fare a lei una burla ed essa lha fatta a me.
Lo spettacolo era finito, ma quei contadini non si decidevano ad andarsene e per indurveli Barbabianca promise dinvitarli ancora ad un altro trattenimento.
I nipotini per vollero andar a vedere Furbetta e Bina le quali contente dellesito ottenuto facevano una buona colazione, che il nonno aveva fatto preparare apposta per loro.
Lida stava con tanto docchi ad ammirare la scimmia, ma non aveva coraggio di toccarla; Giulietta invece la carezzava colle sue manine; Ottavio, Rico e Carlino stavano ad ammirare il modo con cui mangiava. Essa rompeva le noci con una grazietta, chera un piacere a vederla e mangiava le mele con tanto gusto che faceva venire lacquolina in bocca anche a quei fanciulli che mele e noci ne mangiavano tutti i giorni.
 Come  brava,  diceva Giulia a Bina,  la tua scimmietta!
 Se avesse veduto Lampo, il barbone di Rampichino, quello s era un bravo cane e ne faceva dei giuochi!  diceva Bina.
 Peccato che non sia qui anche lui, ci divertirebbe tanto!  dissero quei bambini.
 Sarei tanto contenta se fosse qui,  rispose Bina.
 Perch? Non ti trovi bene cogli zingari?  chiese la signora Fella.
 S; sono tanto buoni con me; il capo poi mi vuol bene perch aveva una figlia della mia et ed  morta, e poi tutti mi vogliono bene e appena hanno dei soldi mi portano dei regali; ma vorrei che anche Rampichino fosse qui con me; perch, vede, se io sapessi che si trovasse bene, pazienza, mi rassegnerei ad essere lontana da lui, quantunque dovessi essere la sua sposa; ma non sapere dove si trova, se soffre, se  in mano di gente cattiva, quando ci penso perdo tutta lallegria.
Giulia bramava che Bina restasse a giuocar con loro, ma questa volle ritornare allaccampamento degli zingari, perch temeva che fossero inquieti per la sua assenza.
E Barbabianca la fece accompagnare dal figlio del suo fattore per tema che qualcuno la molestasse per via, e le diede una moneta doro in compenso della sua rappresentazione: ed essa, che non aveva mai posseduto tanto in vita sua, era tutta contenta e diceva a Furbetta:
 Ora siamo ricchi, perch questi signori sono tanto buoni; saluta questi signori.
E Furbetta si levava il cappello e faceva un inchino.
 Fammi sapere quando darai al villaggio la tua rappresentazione,  disse Barbabianca,  ch verremo a vederti.
 Comincer gioved quando principia la fiera; poi tutti i giorni fin che resto qui.
 Intanto vieni a trovarci.  soggiunse Giulia.
 Verr, grazie!  rispose Bina, facendo tanti inchini unitamente a Furbetta; e se ne and tutta felice daver trovato in quel paese sconosciuto un protettore cos potente come Barbabianca.
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Capitolo 7.
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LA VENDETTA DI CECCO.
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Per molti giorni nella villa di Barbabianca e delle sue figlioccie non si parl daltro che delle prodezze della scimmia ed aspettavano con ansiet che venisse il tempo della fiera per andare al villaggio a vedere altre rappresentazioni. Anche tutti quei contadini, che non avevano mai visto un simile spettacolo, nerano entusiasti e non finivano mai di parlare di quella scimmia che faceva tutto come fosse una persona; si erano divertiti meglio che andando allosteria. Progettarono quindi di non mancare alle rappresentazioni che la sua padroncina avrebbe date al villaggio; anzi facevano delle economie per darle qualche soldo. Infine dicevano che gli zingari erano buoni se avevano raccolta quella fanciulla e non vi sarebbe stata proprio nessuna ragione per mandarli via.
Chi fremeva di tutti questi discorsi era Cecco, il quale non aveva potuto assistere alla rappresentazione e pensava giorno e notte al modo di vendicarsi di quella scimmia, che faceva parlar tanto di s in paese come fosse una principessa, e invece era brutta come un mostriciattolo.
Intanto al villaggio si facevano i preparativi per la fiera, e sorgevano qua e l dei casotti, delle tende, delle giostre, dove si doveva assistere ad una quantit di divertimenti: ma tutti si fermavano davanti ad un avviso color di rosa che prometteva un corso di rappresentazioni, nelle quali Furbetta si sarebbe presentata come cameriera, padrona, regina e generalessa in capo. Intanto per la prima volta era annunciata la pantomima intitolata: La finta ammalata con Furbetta infermiera.
Fu veduto anche Barbabianca aggirarsi per il villaggio, conducendo per mano la Lida e Ottavio, e seguito da tutti gli altri suoi nipotini colle rispettive mamme, a contemplare tutti quei preparativi. I bimbi lo tempestavano di domande ed erano impazienti che venisse il giorno della fiera per godere di tutti quegli spettacoli e intanto daccordo colle loro mamme preparavano una sorpresa a Bina.
Avevano comperato al villaggio molti metri di stoffa e volevano di nascosto far dei graziosi costumi per Furbetta, affinch potesse figurare alla fiera, e mandarli in regalo a Bina. Tutti si misero a lavorare intorno a quei vestitini, che parevano quelli della bambola ed anche Lida voleva lavorare per Furbetta. La nonna Giulia tagliava le vesti, Ida e Fella le cucivano colla macchinetta, la Giulia ci attaccava i bottoni e faceva gli orli, Lida poi, tanto per far qualche cosa, preparava le agugliate di cotone.
Cos fecero un bel vestito da generale di raso celeste cogli alamari doro, un vestito da principessa col manto rosso, poi dei cappellini graziosi con piume e fiori e lavoravano contenti pensando alla gioia e alla sorpresa di Bina nel ricevere quelle belle cose. Ma appunto alla vigilia della fiera videro capitar Bina tutta in lagrime.
I fanciulli le furono subito intorno per chiederle la causa del suo dolore.
Essa non poteva nemmeno parlare, tanto il pianto le strozzava la voce; ma fece capire a furia di frasi interrotte che le avevano rubata la scimmia, la sua Furbetta, la sua unica consolazione. Essa dormiva sempre accanto a lei; quella mattina sera svegliata e Furbetta non cera pi.
Quei fanciulli rimasero addolorati non meno di Bina alludire quel racconto, ma le signore cercarono di calmarla dicendo che la scimmia si sarebbe trovata, che certo non poteva essere tanto lontana.
 Ma lho cercata dappertutto,  disse Bina,  lho chiamata con tutta la mia voce, ho girato tutto il paese sempre inutilmente; me lhanno rubata, rubata. Non la rivedr pi.
E s dicendo piangeva, piangeva che era uno strazio.
Pensarono di andare dal nonno per chiedergli aiuto e consiglio.
Frattanto la voce della scomparsa di Furbetta sera sparsa anche fra i contadini e tutti prendevano parte al dolore di Bina.
Nanne, figlio di Nando, il fattore della signora Giulia, disse che certo era stato quel cattivo di Cecco, che aveva giurato di vendicarsi perch non fu invitato alla rappresentazione; ed egli aveva udito i suoi propositi di vendetta.
Gli altri bambini ripeterono che doveva essere certo stato lui e consolarono la Bina dicendo che il nonno glie lavrebbe fatta restituire.
 E se lha uccisa?  diceva la povera fanciulla.
 Lo faremo mettere in prigione,  rispondeva Rico.
 S, ma intanto non vedrei pi Furbetta.
E Bina ricominciava a singhiozzare.
Intanto erano giunti al castello di Barbabianca e gli raccontarono il fatto; ma cerano peggiori notizie, tant vero che una disgrazia non vien mai sola. Si trattava che quella mattina ad un signore che girava nel villaggio per vedere i preparativi della fiera, era stato rubato il portafoglio contenente qualche centinaio di lire, ed incolpavano di questo fatto gli zingari. Egli era dispiacente, ma non sapeva che dire.  vero che una cosa simile non era mai capitata nel villaggio, ma daltra parte non osava incolpare nessuno, se non ne aveva prima la certezza.
Intanto i carabinieri sarebbero andati nellaccampamento degli zingari per fare delle indagini; e in ogni caso, se non veniva fuori il colpevole, li avrebbero certamente mandati via, tanto per dare una soddisfazione a quel signore che era stato derubato.
Appena Bina seppe di quella nuova sventura dimentic il suo dolore, e affermando che era una calunnia infame voleva correre dai suoi benefattori.
Barbabianca la calm dicendole che sperava si fossero ingannati, che il vero colpevole sarebbe scoperto.
E Bina si gettava alle sue ginocchia pregandolo di proteggere i suoi benefattori, che erano innocenti e non avevano mai rubato nulla a nessuno, e lo scongiurava di aiutarla e di consigliarla per il bene di quelli che lavevano raccolta.
Egli promise di fare quello che era possibile per scoprire il vero colpevole, tanto pi che anche i suoi nipotini avevano preso affetto a Bina; e poi siccome anche a lei avevano rubato Furbetta si capiva che un ladro in paese ci doveva essere.
  certo Cecco.  disse Rico.
 Non bisogna far giudizi avventati,  rispose il nonno.  Cecco,  vero,  un cattivo soggetto, va allosteria a giuocare, ma non ha mai rubato altro che qualche grappolo duva, e prima di accusare una persona bisogna aver dei dati sicuri; per prover io a fare una visita alla Barbara per scoprire terreno, coglier il pretesto di andar a lagnarmi del sasso che mha lanciato Cecco qualche giorno fa; voi aspettatemi nelle vicinanze, ch vi dir poi lesito della mia spedizione.
 Ed io intanto che cosa faccio?  chiese Bina.
 Prega la Madonna e vedrai che ti aiuter,  disse Giulia.
 Come si fa a pregare?  chiese la fanciulla.
 Come, non te lhanno insegnato?
 La mamma una volta mi faceva pregare, ma  tanto tempo ed ora non mi ricordo pi.
Allora Giulia la condusse davanti ad unimmagine della Madonna e le fece dire colle mani giunte:
 Madonnina mia, ti prego di farmi trovare Furbetta e scoprire il ladro di quel signore.
 E la Madonna mi ascolter?  chiese Bina.
 Speriamo,  tanto buona.
La Bina dopo aver pregato le pareva desser pi calma, e pens dandare a vedere che cosa accadeva nellaccampamento. Vi trov infatti una grande agitazione. Cerano stati i carabinieri, avevano fatto una minutissima perquisizione, ma non avevano trovato nulla; per avevano condotto il capo degli zingari presso il commissario perch desse delle spiegazioni, e tutti gli zingari piangevano perch amavano il loro capo che era tanto buono e temevano che lo mettessero in prigione.
Quando la Bina vide tutto quello scompiglio e quel dolore si rimise a piangere anchessa, e diceva fra le lagrime:
 Madonnina mia, se ti chiedo troppo, rinuncio anche a Furbetta, ma fa che il ladro vero venga scoperto e che siamo liberati dalla tremenda accusa che ci pende sul capo.
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Capitolo 8.
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LA SCOPERTA DI BARBABIANCA.
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Barbabianca, desideroso di aiutare gli zingari e di scoprire la verit, and in casa della Barbara. Appena entrato saccorse che la sua visita non era proprio capitata in un momento propizio, perch vide scappare Cecco su per una scaletta che conduceva alla stanza superiore, e la confusione dipinta sulla faccia di Barbara.
Egli cominci a parlare di Cecco, dicendo che bisognava pensare seriamente a fargli fare giudizio, perch anche laltro giorno gli aveva gettato un sasso, ed anzi lavrebbe fatto mettere in prigione se non avesse avuto compassione di lei che, vecchia come era, sarebbe restata sola.
 Per carit,  rispose umilmente quella donna,  non faccia male al mio figliuolo, creda che certe cose le fa perch non ci pensa;  ancora un bambino, quantunque abbia sedici anni.
 Bene,  soggiunse Barbabianca,  io gli perdoner il sasso che mi voleva scagliare addosso, a patto che mi dica che cosa ha fatto della scimmia di Bina.
 Che scimmia?  rispose la Barbara tutta confusa,  non capisco.
 Se avevo un dubbio, la vostra confusione lha fatto diventar certezza. Andiamo, ditemi che avete fatto della scimmia?
La Barbara stava cercando una bugia da dire a Barbabianca, quando questi ud un grido che gli fece capire dove si trovava Furbetta.
 Ah, non volete dirmelo? Vedete che colla sua stessa voce vi ha tradito; ora non ho pi bisogno di saperlo, so tutto.
E sal sulla scaletta prima che Barbara avesse tempo di trattenerlo.
Giunto nella stanza sopra la cucina vide Furbetta legata in un angolo, e Cecco che con un cencio le chiudeva la bocca perch non gridasse.
 Ah, furfante, tho colto!  disse Barbabianca.
  stato per vendicarmi,  rispose Cecco,  perch non mha lasciato vedere la rappresentazione, ma lavrei restituita alla sua padrona. Che cosa devo fare di questo mostro?
 Intanto lasciala andare,  soggiunse Barbabianca,  e toglile quei lacci che la tengono stretta.
Poi and alla finestra e diede un fischio sonoro. Era il segnale convenuto coi suoi nipotini nel caso avesse scoperto qualche cosa.
Appena udirono il fischio corsero lesti in quella direzione colle loro mamme e con molti contadini, che sinteressavano alla sorte di Furbetta, e invasero la casa di Barbara. Intanto Nanne and a portare a Bina la lieta notizia.
Furbetta, appena si sent libera, volle vendicarsi alla sua maniera di Cecco e di Barbara, che oltre al non darle da mangiare lavevano maltrattata in tutti i modi.
Si mise un fazzoletto in testa appunto come lo portava la vecchia e cominci ad imitare i suoi movimenti in maniera cos buffa che tutta quella gente non poteva trattenersi dal ridere; era proprio una scena da commedia.
La Barbara era furiosa nel vedere la scimmia imitare tutti i suoi movimenti; ma cominci a tremare come una foglia quando la vide avvicinarsi a Barbabianca e prendergli di tasca il portafoglio, e sempre imitando la vecchia sollevare da terra un mattone per nascondervelo.
E lo stupore di tutti, e specialmente di Barbabianca, crebbe quando saccorsero che sotto allo stesso mattone cera un altro portafoglio, e precisamente quello stato rubato il giorno prima sul piazzale della fiera.
La Barbara divenne bianca come un cencio lavato. Cecco voleva strozzare la scimmia; sarebbe fuggito se non fosse stato preso in mezzo da due uomini robusti che lo tenevano colle mani come fra due morse di ferro.
 Ah furfanti!  disse Barbabianca,  ecco che la vendetta da voi macchinata cade sul vostro capo; vi sta bene e questa volta non ho pi compassione di voi, che per poco non avete fatto accusare degli innocenti.
Non volle ascoltare le preghiere di Barbara che continuava a domandare perdono e fece che quei contadini legassero madre e figlio per condurli in prigione; nello stesso tempo scrisse due righe sopra un suo viglietto di visita perch fosse subito liberato il capo degli zingari.
In quel momento era entrata Bina, che al vedere la sua Furbetta le si gett nelle braccia e pianse dalla gioia. Anche la scimmia per farle festa le leccava la faccia e labbracciava. Quando poi Bina seppe che anche il ladro era stato scoperto, cominci a saltare, come se diventasse pazza dallallegria.
Fu una scena commovente. Barbabianca e i suoi nipotini avevano le lagrime agli occhi ed erano tutti contenti che la verit fosse stata scoperta, e mentre i contadini accompagnavano a furia di fischi in prigione Cecco e la vecchia Barbara, essi vollero andare allaccampamento degli zingari, dove li aspettava unaltra scena ancora pi commovente.
Appena si sparse la voce che Furbetta era stata trovata e il ladro scoperto, si vide passare tutta quella gente dal pianto alla gioia pi sfrenata. Erano tanto agitati che non potevano stare tranquilli; si aspettava che giungesse da un momento allaltro il loro capo e si preparavano a fargli festa. Infatti pochi minuti dopo videro una gran folla avviarsi verso il loro accampamento; sul principio temevano qualche altra disgrazia, ma poi saccorsero che erano tutti i contadini che portavano in trionfo il loro capo. Lo conducevano sopra un carro tutto incoronato di fiori e intorno vi erano dei suonatori ambulanti venuti per la fiera che strimpellavano sui loro strumenti le marcie pi rimbombanti, e dietro una folla che gridava e acclamava lo zingaro.
Egli era tutto confuso, e fu felice quando vide in distanza la sua tenda e si trov in mezzo ai suoi.
Sua moglie gli corse incontro e gli gett le braccia al collo piangendo; Furbetta gli sarrampic sulle spalle ed egli piangendo diceva:
 Mavevano preso per un ladro... io che ho sofferto la fame, ma non ho mai rubato nemmeno un pezzo di pane.
 Via, non pensateci,  gli disse Barbabianca,  e state allegri.
 S, s,  risposero tutti,  oggi non si lavora, si festeggia la liberazione del nostro capo.
E tutti si misero in moto per preparare un bel pranzetto come non erano avvezzi a farne che il giorno di Natale; ma vi riuscirono facilmente; la signora Giulia, Barbabianca e la Fella regalarono allaccampamento degli zingari alcuni polli, pane e delle bottiglie di buon vino perch almeno fossero in parte compensati delle ansie e dei dispiaceri passati; poi mandarono a Bina tutti i costumi che avevano preparato per Furbetta, e Bina tutta allegra e contenta non finiva mai di provare quei belli abiti alla scimmia che non era mai stata tanto bella e cos ben vestita. Andava dicendo che se non avesse trovato Furbetta sarebbe morta dal dolore; ma poi al vedere tutti quei regali e quei buoni signori che glieli avevan fatti, aggiungeva che temeva in quella vece di morire dalla gioia.
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Capitolo 9.
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LA FIERA AL VILLAGGIO.
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Il villaggio era tutto in movimento e presentava un aspetto incantevole.
Nel piazzale pi grande, in mezzo al verde degli alberi, si vedevano casotti di tutti i colori, teatrini ambulanti, banchi ove erano disposti una quantit di oggetti da pochi soldi, ma che facevano bella figura, poi pi gi, dove cera il mercato del bestiame, una quantit di buoi, di cavalli, di pecore ed asinelli che facevano una sinfonia, dove i ragli mettevano la nota pi acuta. Poi dappertutto cartelloni dipinti che promettevano per pochi soldi le cose pi meravigliose, serragli di belve mai pi viste, e cos via.
In mezzo a quei banchi e a quelle baracche saggirava una folla di contadini vestiti da festa, tutti confusi di trovarsi in mezzo a quel movimento e a bocca aperta nel vedere tante meraviglie. In mezzo a tutta quella gente cera un gruppetto di persone, che noi conosciamo perfettamente.
Davanti, un vecchio con un gran barbone, che voi avrete riconosciuto subito per Barbabianca, teneva per mano Lida e Ottavio, i pi piccini, e dietro a lui Giulia, Rico e Carlino colla cameriera e la bambinaia.
Le mamme, che di fiere ne avevano vedute parecchie, erano rimaste a casa.
Quei bimbi facevano le meraviglie di tutto, e le bambine sinnamoravano di tutti i fantocci dipinti che vedevano sui banchetti; i fanciulli invece guardavano con desiderio gli schioppetti, i cannoni e le sciabole. Il nonno per aveva detto che gli acquisti si sarebbero fatti un po prima dandare a casa: intanto era meglio guardare tutta quella gente, tutto quel movimento.
 Allora andremo a vedere luomo senza testa,  disse Carlino, segnando un casotto overa dipinta sopra una tela la testa dun uomo sopra un tavolino e cera scritto sotto: Entri chi vuol vedere la meraviglia delle meraviglie, luomo senza testa che mangia, parla, legge e scrive.
 Dovrebbero dire la testa senza uomo,  disse Barbabianca.
 Andiamo a vedere,  disse Giulia.
Il nonno non sapeva negar nulla ai suoi nipotini e li condusse nel casotto dove si mostrava quella meraviglia.
Lillusione era perfetta; una testa duomo con tanto di barba se ne stava sopra il tavolino e pareva veramente staccata dal busto.
Quando la testa cominci a girare intorno lo sguardo e a dir qualche parola, Lida si mise a piangere dalla paura, gli altri invece continuavano a tempestare il nonno di domande per sapere come quella testa potesse parlare e dove sera cacciato il busto, mentre sotto il tavolino si vedeva la terra.
Il nonno, dopo averli lasciati un po in curiosit, disse loro che il busto era proprio sotto al tavolino, ma non si vedeva perch davanti cera uno specchio posto in modo che rifletteva il suolo e ne pareva una continuazione, e promise di dare un giorno una rappresentazione a casa sua per far loro toccare con mano quel fatto, e avrebbe mostrato la testa di Rico sopra il tavolino senza che si vedesse dove il corpo fosse nascosto. Rico era tutto orgoglioso quando il nonno lo designava come assistente dei giuochi che soleva fare in certe occasioni.
 S, s, bravo nonno, daremo uno spettacolo per la festa della zia Fella.
Il natalizio della signora Fella si solennizzava con gran pompa in casa di Barbabianca.
 S, s,  disse Barbabianca,  e prepareremo molte altre cose per quel giorno.
Intanto condusse i nipoti a vedere delle altre belle cose per calmare la Lida, rimasta tutta sconvolta dalla testa parlante, li condusse in un panorama dove attraverso a delle lenti si vedeva una quantit di quadri. Poi i bambini volevano andare ad assistere ad una rappresentazione di Furbetta.
Il nonno disse che era inutile perch Bina e la sua scimmia darebbero delle rappresentazioni nella sua villa, alle quali avrebbero assistito con tutta comodit.
Mentre facevano quei discorsi incontrarono Bina con Furbetta che aveva appena finito di dar la sua rappresentazione, e girava fra la folla per darsi un po di riposo.
 Bina!  disse Giulia,  cosa fai?
 Mi piacerebbe tanto veder l dentro,  disse, mentre accennava al serraglio di belve,  dicono che vi sono scimmie di tutte le razze; mi piacerebbe vedere.
 Andiamo, tutti,  disse Barbabianca lieto di offrire quel divertimento a Bina.
E cos entrarono nel serraglio che consisteva in una vecchia leonessa, una tigre, una iena, due orsi e un paio di scimmie. Bina si ferm a guardare le scimmie, che alla vista di Furbetta serano poste in rivoluzione, e saltavano di qua e di l nella loro gabbia. Bina disse:
 Saranno pi belle, ma io voglio pi bene a Furbetta.
Gli altri fanciulli stavano ad esaminare lorso che si sosteneva sulle zampe di dietro come se fosse stato un ragazzo, e colle zampe davanti faceva degli esercizi con un pezzo di legno.
Dopo che ebbero girato in lungo ed in largo il serraglio, sempre chiedendo spiegazione di tutto a Barbabianca, vollero uscire per andare a far gli acquisti che avevano progettato.
Lida voleva una bambolina, ma il nonno le faceva osservare che di bambole aveva quella regalatale dalla nonna.
 S, ma quella  per la festa ed io ne voglio una per tutti i giorni.
Tutti si misero a ridere a questo discorso, e il nonno le comper la bambolina tanto desiderata. Ottavio volle un cavallino di legno e Carlino una sciabola, una trombetta ed una pistola.
Rico e Giulia invece dirigevano gli sguardi verso il luogo dove si trovavano gli animali vivi, e quando il nonno chiese loro cosa desiderassero, Rico disse:
 Ecco, vedi, balocchi ne ho tanti, desidererei un asinello vivo.
 Ed io,  disse Giulia,  vorrei una pecora viva.
 Anche noi, anche noi bestie vive,  dissero gli altri e volevano gettar via i loro balocchi. Ma il nonno li calm dicendo:
 Io comprer la pecora e lasinello, ma ad un patto, che servano per tutti.
Furono contenti di questo patto, e il nonno comper loro lasinello e la pecora, che condussero a casa contenti, e quando le loro mamme vennero ad incontrarli e saccorsero dei nuovi personaggi che oltre a quelli di legno erano venuti ad aumentare la famiglia, sgridarono il nonno perci dava troppi vizii ai suoi nipotini; ma essi, quando Barbabianca fu seduto nella sua poltrona, gli saltarono addosso, lo presero per la barba, e gli diedero tanti e tanti baci. Ottavio era seduto sui ginocchi, Rico arrampicato sulle sue spalle, Giulia seduta ai suoi piedi, Carlino attaccato al collo, Lida nelle sue braccia e dicevano tutti:
 No, mamma, non sgridarlo il nonnino,  tanto buono, noi gli vogliamo tanto bene, dunque: Evviva il nostro buon nonno!
E Barbabianca diceva:
 Come si fa a non contentarli? sono tanto carini!
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...Capitolo 10.
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I PREPARATIVI PER LA FESTA 
DI FELLA.
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La festa della figlioccia era una grande solennit per Barbabianca, ci pensava tutto lanno e cominciava a farne i preparativi una settimana prima.
Egli apparecchiava sempre per quel giorno qualche nuova sorpresa, e i suoi nipotini erano sempre curiosi di sapere le sorprese del nonno.
Erano gi molti giorni chegli si chiudeva nella sua stanza e faceva capire ai suoi nipotini che non aveva tempo per badare a loro.
Per qualche tempo essi furono occupati colla pecorella, collasinello e coi balocchi comperati alla fiera; ma poi cominciarono a pensare che mai facesse di misterioso il nonno, il quale se ne stava sempre chiuso nella sua stanza.
 Me limmagino,  disse Rico.
 Dimmi dunque che cosa prepara?  chiese Giulia.
 Lo so, ma non lo dico,  soggiunse Rico, dandosi unaria dimportanza.
 Dillo, dillo.  preg Carlino.
Ma Rico non volle dir nulla, perch in conclusione non sapeva nulla nemmeno lui.
 Bene,  disse Carlino,  giacch sei cos cattivo, mi far mostrare quello che prepara per la festa della zia.
 Aspetta che il nonno te lo faccia vedere! Sai bene che gli piace far dei misteri.
 Lo vedremo,  rispose Carlino.
E si propose di andar di nascosto a spiare quello che faceva il nonno.
Andarvi solo aveva paura, e visto che la Giulia moriva anchessa dalla voglia di saperlo, le propose di fargli compagnia, tanto per avere un complice.
 E se il nonno se naccorge?  disse Giulia.
  impossibile! Ci nascondiamo nella stanza scura vicina al suo laboratorio; sai bene che quando  immerso nella sua scienza, non pensa pi a nulla.
  vero, e poi, quando sono con te, non ho paura,  rispose la Giulia,  tu sei un uomo.
Carlino, tutto contento della fiducia di sua cugina, si mise daccordo con lei di sgusciare fuori di casa dopo la colazione, entrare pian piano in casa del nonno e nascondersi nella stanza.
Fecero come avevano progettato, e guardando pel buco della serratura, videro il nonno aggirarsi da una parte e dallaltra del suo laboratorio, e ora battere con un martello sopra un ferro, ora adoperare le tanaglie intorno ad un arnese che non potevano vedere che cosa fosse. Prima era inquieto, poi pareva contento dellopera sua; prese un liquido da una boccetta che aveva sul tavolino e ne emp una palla di gomma che con una cannetta era legata ad un apparecchio che non capivano cosa potesse essere, poi videro il nonno chiudere le imposte della finestra e rimanere al buio; naturalmente non potevano vedere che facesse, ma ad un punto un lampo abbagliante illumin la stanza.
Giulia e Carlino dovettero chiudersi la bocca colle mani per non dare in unesclamazione di gioia che li avrebbe traditi.
Intanto Barbabianca si mostrava tutto contento del risultato del suo esperimento, aperse la finestra e si prepar ad uscire, forse per comperare qualche cosa che gli abbisognava.
Aperse luscio, pass vicino ai bambini che se ne stavano in un angolo, rannicchiati senza fiatare, per tema dessere scoperti, poi, senza accorgersi di nulla, lasci la villa.
Appena Giulia e Carlino udirono i suoi passi dileguarsi in distanza, entrarono nel laboratorio per osservare quellarnese magico che mandava dei lampi.
Giulia disse, entrando:
 Ricordati, Carlino, che non si tocca nulla, diamo unocchiata e poi torniamo a casa.
Ma s: era come parlare ad un sordo. Appena entrato, cominci a toccare di qua e di l, a metter tutto sossopra, ma larnese che aveva veduto in mano al nonno non lo trovava.
 Andiamo, andiamo,  disse Giulia,  andiamo a casa, lavr posto in tasca e portato via con s.
 No, deve essere qui, voglio toccarlo,  rispose Carlino girando per la stanza e gettando tutto sossopra.
Giulia voleva andarsene perch temeva che il nonno giungesse da un momento allaltro; ma quando Carlino sera fissato una cosa doveva esser quella. Finalmente aperse un cassettino e trov larnese che tanto desiderava.
 Vittoria, vittoria! Eccolo,  esclam.
E si diede a stringere la palla di gomma per vedere se poteva fare il lampo veduto pocanzi.
Giulia continuava a dirgli: lascia stare che viene il nonno, ma curiosetta comera dava di tanto in tanto unocchiata anche lei a quellarnese. Tuttad un tratto la cannella di gomma si stacc, e un liquido rosso spruzz la veste di Giulia.
 Vedi cosa hai fatto?  soggiunse piangendo la bambina;  ora s che la mamma mi sgrider!
 Taci, taci,  rispose Carlino, che aveva gi riposto larnese del nonno nel cassetto e col fazzoletto tentava di asciugare il vestitino di Giulia, ma mano mano che il vestito si asciugava, saltava fuori una quantit di macchie gialle, e la Giulia continuava a piangere pensando ai rimproveri della mamma.
Mentre Carlino era affaccendato a calmare la cuginetta, entr Barbabianca, e vi potete immaginare come rimasero quei due fanciulli!
 Che avete fatto?  sclam con un tuono di voce irritato;  lo sapete bene che vho proibito di toccare i miei arnesi; riguardo a Carlino, so che  un ragazzo insubordinato, ma tu, Giulia, non avrei mai creduto....
Giulia piangeva e non diceva nulla.
Carlino volle scusarsi dicendo che erano venuti per vedere se stava bene, ma non lo avevano trovato.
 Ma, a ci che vedo, Giulia ha toccato quello che non avrebbe dovuto,  disse Barbabianca,  la macchia del vestito la tradisce, perci essa domani sar castigata, e invece di assistere allo spettacolo in onore della sua mamma andr a letto.
Giulia piangeva e non diceva nulla. Carlino aveva voglia di rispondere che era stato lui la causa di tutto, ma non ne aveva il coraggio; sapevano che il nonno era buono, li contentava in tutto, ma se commettevano un errore o una disobbedienza era inesorabile.
Non trovarono di meglio che andarsene a casa, ma l sentirono nuovi rimbrotti, specialmente la Giulia, che tutti credevano fosse la maggior colpevole; ed essa non diceva nulla, perch in fondo era buona e non voleva incolpare Carlino, e andava ripetendo fra s:
Anche gli eroi, come mi racconta sempre la mamma, si sacrificavano sempre per gli altri: far cos anchio e se non parla Carlino, come dovrebbe fare, io non dir nulla,,.
Carlino per non poteva guardare in faccia la Giulia, senza sentirsi salire le fiamme al viso dalla vergogna.
Gli rincresceva,  vero, di non assistere allo spettacolo e specialmente di non poter vedere i nuovi esercizi di Furbetta, ma che piacere avrebbe avuto ad assistervi pensando che sua cugina doveva esserne priva proprio per colpa sua? Eppure non aveva coraggio di confessare il suo fallo, sapeva che il nonno era pi severo con lui che con Giulia, perch una preferenza per i bimbi della sua figlioccia laveva sempre avuta; e poi non era tanto il castigo che gli rincresceva quanto la vergogna di essere stato cos curioso e disubbidiente, e la figura che avrebbe fatto presso i suoi fratelli.
Per tutto quel giorno rimase impensierito e malinconico; quando si trovava con Giulia non poteva alzar gli occhi pel rimorso e gli pareva chessa lo rimproverasse cogli sguardi. Anche la notte non gli riusciva di chiuder occhio pensando al castigo che Giulia avrebbe avuto per colpa sua. No, cos non poteva andare, piuttosto avrebbe confessato tutto al nonno; era meglio, la sua coscienza sarebbe stata pi tranquilla, e in questo pensiero pot trovare un po di riposo.
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Capitolo 11.
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LA CONFESSIONE DI CARLINO.
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Quando si svegli, Carlino divenne di cattivo umore allidea di dover confessare il suo fallo poich il sapere che un altro sarebbe castigato per lui era tal cosa che non poteva certo sopportare; dunque occorreva decidersi e subito. Ma come fare? Egli non avrebbe mai avuto il coraggio di andare da Barbabianca e dirgli: sono stato io. No, era impossibile. Esser castigato dal nonno, veder quel suo occhio sempre cos dolce farsi severo ad un tratto e dargli una di quelle occhiate che gli facevano abbassare il capo per la vergogna, era troppo. Quando poi trov Giulia colla faccia mesta, al pensiero che non avrebbe goduto la rappresentazione di Furbetta e tutti gli altri divertimenti che il nonno preparava per festeggiare la sua mamma, egli non pot pi resistere e chiese alla cugina:
 Sei in collera con me, Giulia?
 Quasi,  rispose la fanciulla.
 E perch non hai detto al nonno che sono stato io?
 Perch non lhai detto tu? Non ho avuto il coraggio di accusarti.
Ma lavr io questo coraggio pens Carlino, e in quello stesso momento gli venne lidea luminosa di scrivere al nonno.
Corse nella sua camera, prese dalla cartella un pezzo di carta e scrisse:
Caro nonno,
"Non castigare Giulia, sono stato io a curiosare nel tuo cassetto e a spruzzare quel liquido sulla veste di Giulia.
Perdonami e mettimi in castigo invece di mia cugina.
Carlo
Appena scritta questa lettera, preg la bambinaia di portarla a Barbabianca e stette tranquillo ad aspettare la sentenza, per contento della decisione che aveva preso.
Poco dopo sud una chiamata del nonno al telefono, e chi and ad ascoltare disse che il nonno voleva che Carlino e Giulia andassero subito da lui.
 Bisogna ubbidire,  dissero le loro mamme.
Ma se Giulia era pronta, Carlino non si sentiva di muoversi.
 Non ho voglia,  diceva,  di andarvi.
 Andiamo, bisogna ubbidire,  gli ingiungeva la mamma.
Cos dicendo gli mise il cappello in testa e lo condusse per mano fuori di casa dirigendosi verso il castello del conte Del Piano.
Strada facendo non parlarono, erano tutti e due immersi nei loro pensieri.
Le mamme, che leggevano nel cuore dei figliuoli come in un libro aperto, simmaginavano la ragione di quella chiamata.
La Giulia pensava che ormai il nonno le aveva decretato il castigo e pi di castigarla non poteva fare.
Carlo invece andava incontro allignoto e forse, a quello sguardo severo che temeva tanto, si sarebbe sentito voglia di scappare, mettersi a correre per i campi e non farsi pi vedere per molte ore. Ma la mamma lo teneva per mano stretto stretto e bisognava starci.
Egli andava dicendo fra s: Bisogna aver coraggio, mostrarsi uomini e saper affrontare la tempesta; ma il suo cuoricino batteva, batteva che pareva si volesse spezzare.
Intanto giunsero alla presenza del nonno, che volle riceverli proprio nella stanza dove era accaduto il fallo.
Dopo aver salutato e fatto sedere le mamme presso a s, egli chiam i fanciulli come fossero due delinquenti e disse:
 Chi  dunque stato a toccare i miei arnesi e ad esser disobbediente?
 Io,  rispose Carlo tutto confuso.
Giulia non diceva nulla e se ne stava cogli occhi bassi, come fosse davanti ad un giudice.
 E tu, Giulia, non dici nulla.?  le chiese il nonno.
 Non so nulla io.
 E perch ieri ti sei lasciata accusare mentre ti era facile scolparti?
 Perch ho letto in un libro che non bisogna mai incolpare gli altri, e poi un po di colpa lavevo anchio.
 E tu, Carlino, perch hai permesso che unaltra fosse accusata in tua vece e non ti sei palesato subito?
 Non ne ho avuto il coraggio.
 E come lhai avuto questa mattina?
 Sono stato ieri tanto infelice nel pensare che Giulia sarebbe castigata per me.... ma ora sono tanto contento.
 Poich ieri la tua coscienza era tormentata dal rimorso, ed oggi  pi tranquilla,  disse il nonno;  questo ti serva di insegnamento di dir sempre e a qualunque costo la verit. Per questa volta, vista la tua ammenda e la tua sincera confessione, vi perdono a tutti e due; ma ricordatevi che vi lascio il permesso di venire avanti e indietro e di giuocare per la mia villa a patto di non metter le mani nei miei arnesi. Non sapete che io conservo delle sostanze che solo a toccarle bruciano le mani e dei veleni che se vanno in bocca danno la morte? Ed ora tu, Carlino, chiedi subito perdono a tua cugina di averla fatta credere colpevole.
 No, nonno,  disse Giulia;   stato punito abbastanza, gli ho gi perdonato.
E s dicendo gli salt al collo e gli diede un bacio.
Carlino era commosso.
 Quanto sei buona,  disse,  o Giulia!
E dovette nascondere la faccia sulle spalle di lei per non mostrare le lagrime che gli scendevano dagli occhi.
Anche le mamme erano commosse e dicevano abbracciando i loro figliuoli che erano certe che quella lezione avrebbe portato i suoi frutti. Il nonno promise meraviglie per la sera dopo, che era quella destinata alla festa e desider rimaner solo per dedicarsi ai preparativi. Egli aspettava Bina e Furbetta, e quei fanciulli sarebbero stati felici di poter assistere alle prove dei giuochi; ma avevano promesso di non esser pi curiosi, perci seguirono le loro mamme tutti e due, contenti luna di aver fuggito il castigo, laltro di essersi liberato dal peso che aveva sul cuore.
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Capitolo 12.
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LA FESTA DI FELLA.
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La festa di Fella era ogni anno un grande avvenimento per tutta la famiglia e specialmente per il suo padrino, che non mancava mai dinaugurare quella giornata con uno splendido regalo. Anche i bimbi univano qualche regaluccio agli auguri che facevano alla loro mamma e zia.
Giulia quellanno aveva pensato ad un mazzolino di fiori accompagnato da una letterina.
Rico e Carlino avevano fatto colle loro mani un oggettino di legno frastagliato da offrire alla zia.
Quelli poi che non sapevano che cosa regalare erano Lida e Ottavio.
 Siamo cos piccini noi,  diceva Ottavio,  e non sappiamo far nulla.
 E se io regalassi la mia bambola e tu il tuo cavallino?  soggiunse Lida.
 Qualche volta dice che  una bimba come noi e che si diverte a giuocare alle bambole, ma senti, piuttosto possiamo regalarle i dolci che ci ha dato il nonno, sono in una bella scatola.... soltanto bisognerebbe scriverle qualche cosa.
 Io so ben scrivere!  disse Ottavio.
 Allora scrivi una lettera per tutti e due.
Ottavio si mise al tavolino, ma non seppe scriver altro che:
Cara zia,,
Lida pensava, pensava, ma non sapeva suggerirgli nulla.
 Mi pare una lettera troppo piccola, e poi  mia mamma.
 S,  vero,  rispose Ottavio,  facciamo cos: Cara zia e cara mamma. Eccola diventata pi lunga.
 Ma non basta,  soggiunse Lida,  puoi aggiungere che le vogliamo tanto bene.
 Ecco fatto,  esclam Ottavio,  ora bisogna chiuderla e mandargliela senza che sappia nulla.
 No,  ripeteva Lida,  la metter io sul suo tavolino da lavoro, poi la trover e rester sorpresa.
E  la signora Fella fu proprio felice nel vedere come tutti pensassero a lei, e quando vide la letterina, che simmagin di chi fosse ma non poteva esserne certa perch non era firmata, chiese se fosse venuta dal cielo.
 S,  rispose Lida,  lhanno portata due angioletti, io li ho veduti.
 Ed io li conosco,  soggiunse Fella, e prese fra le braccia i due piccini e diede loro tanti baci.
La mattina tutto and bene; si fece una colazione su lerba, poi giuocarono tutti, comprese le mamme, e pi tardi erano invitati a pranzo dal nonno, anche collaltro nonno signor Vivaldi, coi mariti dIda e di Fella, e collo zio Emilio venuti dalla citt apposta per la lieta occasione. La brigata era completa e lallegria doveva essere centuplicata dal piacere di trovarsi tutti uniti.
Il pranzo doveva essere da Barbabianca, e la sera lavrebbero passata nella sua villa ad assistere alla rappresentazione di Furbetta e a tanti altri giuochi promessi dal nonno.
I bambini erano allegri e raccontavano al babbo e allo zio Emilio le prodezze della scimmia.
 Vedrai,  dicevano,  quanto  carina, sembra una donnina, io le voglio bene a Furbetta: mi piacerebbe avere una scimmia cos intelligente.
Allidea di assistere la sera ai prodigi della scimmia non avevan nemmeno voglia di mangiare, quantunque ci fossero dei vini squisiti e dei dolci che avrebbero fatto venir lacquolina in bocca anche ai bambini meno golosi.
Per quella festa fu turbata, perch proprio dopo il pranzo, la signora Giulia ricevette una lettera che le fece venire le lacrime agli occhi, quantunque cercasse di farsi forza per non rattristare gli altri in simile giornata.
Anche il signor Federico Vivaldi rimase addolorato nel leggere quella lettera, ma essendo un uomo, sapeva mostrar meno il suo dolore.
  di Gino?  chiese Lida.
I bimbi alludire nominare lo zio Gino stettero attenti perch sinteressavano tutti per lo zio Gino, chera andato lontano lontano in mezzo ai selvaggi e aveva promesso di portar loro tante belle cose da quei paesi lontani.
 Magari fosse di Gino!  disse con un sospiro la Giulia.
Barbabianca, certo che cera qualche triste notizia, disse ai bimbi dandare a giuocare nellaltra sala.
Ubbidirono perch temevano dessere castigati se fossero stati disubbidienti.
  inutile rattristarli,  soggiunse Barbabianca;  ora sentiamo cosa c di nuovo.
 Ho un doloroso presentimento!  rispose la signora Giulia.  Essendo inquieta, non avendo notizie di Gino, le ho chieste dappertutto, e mi risposero che non ne sapevano nulla. Ma ora ho avuto la notizia che il bastimento dove si trovava mio figlio ha fatto naufragio, ed aggiunsero che di molti si ebbero nuove, ma di lui nulla finora.
 Speriamo bene,  dissero le sue figlie per consolarla.
 C piuttosto da disperarsi,  rispose la signora Giulia, dando in uno scoppio di pianto;  egli mi ama troppo per lasciarmi inquieta. Se fosse salvo cercherebbe tutti i mezzi per darmi sue notizie.
 Ma non si pu sempre farlo,  disse Barbabianca,  se si trovasse in un isola selvaggia lontano dal consorzio umano, come potrebbe fare a scriverci? Via, via, calmatevi, scriver al Ministero della marina per aver ragguagli intorno al naufragio del bastimento.
 Mi rincresce,  soggiunse la signora Giulia,  che il triste avviso sia proprio venuto in questa giornata. Povera Fella,  stata una brutta festa questanno!
 Per me  nulla, mamma, la pi bella festa sar quando avremo lettere da Gino, perch le avremo di certo; ho un buon presentimento, e sai, mamma, chio sono superstiziosa.
 Dio volesse che si avverasse, ma intanto andate. Sentite come i bambini schiamazzano? sono impazienti dassistere allo spettacolo.
 Non ne abbiamo voglia,  rispose Ida,  non possiamo lasciarti sola.
 E quei bimbi? Via,  continu la signora Giulia,  non bisogna lasciarli soli: andiamo tutti.
E fece uno sforzo per ricacciare indietro le lacrime che le venivano agli occhi.
 Quanto sei buona, mamma!  le dissero le sue figliuole.
E Barbabianca si avvicin e le disse:
 Coraggio, vedrete che tutto andr bene.
Poi le diede il braccio per condurla nella sala dove i bambini li aspettavano impazientemente.
Come vi potete figurare, n la signora Giulia, n le sue figliuole pensavano allo spettacolo. Nemmeno Barbabianca ebbe voglia di fare gli esperimenti che aveva preparato, e promise ai bimbi di farli nelloccasione di Natale, quando sarebbero stati tutti contenti e ci sarebbe stato anche lo zio Gino. Si accontentarono di qualche giocherello di Furbetta e poi non erano molto allegri nemmeno loro perch qualche cosa ci doveva essere, la nonna aveva le lagrime agli occhi e anche il nonno e le loro mamme non avevano la faccia di tutti i giorni e quando li abbracciavano, invece di sorridere, pareva che piangessero.
 Che hai, mamma?  disse Lida,  mentre la mamma la spogliava per metterla a letto,  oggi  la tua festa e non sei contenta. Sei in collera con noi, mamma?
 No, cara, voi siete la mia consolazione.
E cos dicendo li baciava, e ribaciava quasi piangendo.
 E perch piangi, mamma?
 Non piango, vedi che rido, ma, sai, qualche giorno non mi sento bene e non posso essere allegra.
 Povera mamma, ma noi ti faremo guarire,  disse Lida.
Ma la Giulia, che quasi aveva indovinato quello che cera nellaria, quando la mamma le fece dire la solita preghiera, vi aggiunse di sua spontanea volont queste parole: E tu, mio Dio, che sei tanto buono e che ascolti le preghiere dei bambini, fa ritornare presto lo zio Gino, e ti prometto che saremo tanto buoni e sempre ubbidienti al babbo e alla mamma.
Anche la Lida, che era una specie di pappagallo, volle ripetere parola per parola tutto quello che aveva detto la sorella; e la loro mamma, dopo aver dato loro in fretta un bacio, dovette uscire perch si sentiva un gruppo alla gola e non voleva piangere alla presenza delle sue figlie per non rattristarle.
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Capitolo 13.
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DA BARBABIANCA.
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Il giorno appresso unaria di tristezza regnava in casa Vivaldi e nel villino di Fella. Barbabianca era anchegli afflitto, ma cercava di trovare di tratto in tratto qualche parola di consolazione e ridare coraggio a quelle povere donne.
I bambini non capivano nulla e continuavano a chiedere collinsistenza propria alla loro et:
 Ma che hai, mamma, che non mi dai retta?
 Cosa ha la nonna?
 Io mannoio a vedervi cos, e poi, mammina, su, ridi, giochiamo un po insieme.
Barbabianca, vedendo come le donne avessero bisogno desser lasciate tranquille, pens dincaricarsi dei bambini:
 Verrete tutti da me,  disse.
 Ci farai vedere tante belle cose?  soggiunse Rico.
 Ci spiegherai come  fatto il telefono?
 S, bimbi, tutto quello che vorrete, purch siate buoni.  Poi quando fu per la via assieme ai suoi cinque nipotini, disse loro:  Dovete esser buoni e lasciare in pace le vostre mamme perch esse sono molto addolorate.
 E perch, nonnino? noi siamo ubbidienti,  rispose Carlino.
 S,  vero, ma non hanno notizie di Gino e perci sono inquiete.
 Ma torner lo zio Gino,  vero, nonno?  disse Rico.
 Speriamolo.  rispose Barbabianca.
 E allora le nostre mamme e specialmente la nonna saranno contente.
 Ma che cosa  accaduto allo zio Gino?
 Ecco,  disse il nonno,  ve lo dir, poich siete dei bimbi buoni e intelligenti; ci fu una burrasca e non si sa nulla del bastimento dove si trovava lo zio Gino.
 Povero zio Gino!  esclamarono i bambini.
 Ma torner certo, ci ha promesso tanti regali,  disse la Giulia.
 S, speriamo, ma intanto dovete essere tranquilli ed ubbidienti perch le vostre mamme sono abbastanza addolorate, e non dovete inquietarle.
Quei bimbi promisero desser buoni, poi cominciarono a parlare dello zio Gino, il quale era riguardato come un eroe da quei fanciulli, e tutti avevano un grande interesse per lui che andava lontano lontano in paesi sconosciuti dove ci sono leoni e tigri, e non aveva paura, e poi quando ritornava portava tanti bei regali e raccontava tante belle cose che li divertivano come le storie delle fate.
Rico poi aveva un grande entusiasmo per le avventure di viaggio e per lo zio Gino; diceva sempre che quando fosse divenuto grande sarebbe andato anche lui a viaggiare e girare il mondo.
 E se non tornasse?  diceva Giulia colle lagrime agli occhi.
 Torner,  rispondeva Rico, che spesso faceva da sapiente presso i suoi fratelli;  ho letto tante volte di viaggiatori che si son perduti e poi son tornati ancora a casa; li credevano morti e poi sono risuscitati. Non vi ricordate della storia di Robinson Crosu? Dunque vedete che ho ragione io....
Quando egli aveva detto una cosa, gli altri non osavano replicare, e anche questa volta non dissero nulla e rimasero persuasi del discorso di Rico.
Soltanto Giulia soggiunse:
 Ma allora perch la mamma, la zia e la nonna fanno la faccia scura?
 Perch hanno paura che non ritorni; le donne sono sempre paurose: guarda il nonno invece se ha paura!
Intanto Barbabianca li condusse nel suo salottino e disse loro:
 Finch le vostre mamme sono cos malinconiche verrete tutte le mattine da me, poi la bambinaia vi verr a prendere per farvi passeggiare, e quando tornerete a casa dovrete esser buoni buoni, e se sarete ubbidienti vi far vedere ogni giorno qualche cosa di nuovo.
 Bravo nonnino,  dissero in coro,  saremo buoni buoni.
 Cosa volete vedere questoggi?
 Spiegaci come  fatto il telefono,  soggiunse Giulia.
 Fammi vedere le bestioline,  ripet Carlino.
Lida invece voleva i dolci, ma Barbabianca promise per quel giorno di mostrar loro le bestioline, e il giorno appresso avrebbe fabbricato un telefono apposta per loro e data qualche spiegazione, ma era una cosa un po difficile per farla comprendere a dei bambini.
 Intanto guardiamo le bestioline,  disse Ottavio.
Rico, dietro un cenno di Barbabianca, era andato in un angolo a prendere il microscopio; sapeva che era quello lo strumento di cui il nonno si serviva per far loro vedere le bestioline. Giulia era intanto corsa in cucina a farsi dare un po dacqua dello stagno che era dietro la casa e la port al nonno.
Egli si mise davanti ad una finestra, bagn con una goccia dacqua una lastrina di vetro che mise sotto al microscopio e cominci ad osservare.
I bimbi stavano attenti intorno a lui, aspettando di vedere qualche cosa.
 Ecco, guardate,  disse Barbabianca;  ad uno alla volta vedrete tutti. Prima i pi grandi, poi i piccini.
S dicendo fece appressare Rico al microscopio.
 Cosa vedi, Rico?  gli chiese.
 Oh bella!  rispose Rico,  un serpente che guizza! pare un pesce.
Dopo di lui lo guardarono gli altri e tutti facevano le meraviglie al vedere quella bestia, che prima nella goccia dacqua non si poteva vedere.
  un anguillula,  disse il nonno;  se ne trovano in quantit in una goccia dacqua.
 C qualche altra cosa,  disse Giulia.  Lascia vedere.
Il nonno disse che quella era la larva dunaltra bestiolina, ma intanto languillula le si era attaccata e poi scomparvero tutte due.
 Si mangiano?  chiese Carlino.
 Certo,  rispose Barbabianca,  anche in una goccia dacqua succede come nel mondo; i grandi mangiano i piccoli.
Intanto una nuova goccia dacqua era sotto al microscopio.
 Che brutta bestia!  disse Rico,  pare uno scarafaggio, mi fa schifo.
 Noi la chiamiamo una turbellaria,  rispose il nonno,  ma  una sanguisuga, si attacca al corpo degli altri animali e ne succhia il sangue.
 E quella cosa fatta come un fuso, che gira intorno, come si chiama?
  una navicola.
 E quellaltra che si muove sempre sempre e gira gira senza mai stancarsi?
 Non vedete come cambia forma?
 S,  vero, prima era rotonda ed ora  oblunga. Come si chiama?  una bestia?
 No, non  un animale e non  una cosa inanimata;  una delle tante cellule che compongono il mondo animato. Quando sarete pi grandi capirete meglio. Ora passiamo ad altro.
 Nonno,  interruppe Giulia,  fammi vedere qualche bestia vera.
 Ma quelle che hai veduto sono bestie vere, soltanto sono cos piccine da non potersi scorgere ad occhio nudo.
 Bene, allora fammene vedere di quelle che si distinguono ad occhio nudo.
 Voglio proprio contentarti e per terminare questo trattenimento vi mostrer un animale col quale un po damicizia la dovete avere. Vi far vedere una pulce.
 Oh bella!  risposero quei fanciulli tutti impazienti, mentre Barbabianca scopriva con ogni precauzione uno scatolino overano delle pulci; ne prese una e dopo averla schiacciata in mezzo a due piastrine di vetro in modo che non potesse fuggire, la mise sotto al microscopio.
 Come  grande!  dissero quei fanciulli,  pare uno scorpione, ha il naso lungo come un elefante. Come muove quelle gambette tutte pelose! e dire che abbiamo veduto tante volte delle pulci, ma non ci eravamo accorti di quelle zampe e di quel naso lungo. Come ci farebbero paura se fossero proprio cos grandi!
Erano molto attenti a guardare quellanimale sotto al microscopio; e quando cess il divertimento, non facevano che parlare della pulce meravigliosa.
  vero,  disse ad un tratto Rico a Barbabianca,  che vi sono delle pulci ammaestrate?
 Voi potete vedere delle pulci fare degli esercizi meravigliosi, ma non sono punto ammaestrate; gli sforzi che fanno per liberarsi da certi impacci che si mettono loro addosso da chi vuol mostrarle, fa s che sembrano ammaestrate.
 Spiegaci un poco,  disse Giulia.
 Ecco,  soggiunse il nonno,  si taglia con diligenza un carrozzino quasi invisibile di cartone guardando attraverso ad una lente, come si fa cogli orologi; poi si passa un filo sottile intorno il corpo delle pulci, e cogli stessi fili si attaccano al carrozzino; collo stesso sistema si legano delle altre pulci sui sedili. Vedute attraverso ad una lente dingrandimento si capisce che gli stessi sforzi onde liberarsi dai loro impacci fan s che si muova la carrozza in modo che sembri tirata da loro stesse. Nellistessa guisa si pu far tirare col mezzo dun bastoncino legato ad una pulce un secchiello da un pozzo, sempre di cartoncino, e cos via. Ma le pulci non sono animali abbastanza intelligenti per essere ammaestrate.
Quei bambini stettero a bocca aperta ad ascoltare la storia delle pulci, e quando venne la bambinaia a prenderli, non volevano staccarsi dal nonno che raccontava loro tante belle cose, e promisero di ritornare il giorno dopo e desser tanto buoni.
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Capitolo 14.
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IL TELEFONO.
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Il giorno appresso vennero presto a trovare il nonno, e questa volta proprio volevano sapere in che modo fosse fatto il telefono. Il nonno diceva che era troppo difficile a capirsi bene, ma essi gli saltarono al collo dandogli tanti baci e promettendogli che avrebbero capito, e in ogni caso che sarebbero stati tanto buoni, che Barbabianca pens di provare se riuscivano a comprendere qualche cosa.
Per cominciare, tir fuori dal suo cassetto due bussolotti di metallo congiunti con un filo e disse loro:
 Ecco un semplice telefono che vi regalo.
 Possiamo parlare colla mamma?  chiese Giulia.
 No, cari bimbi,  rispose il nonno,  con questo potrete parlare fra voi da una stanza allaltra, ma nulla pi: quello col quale parlo alla mamma,  una macchina un po pi complicata e serve anche ad una grande distanza; con questo non si pu parlare che da mia stanza allaltra e d un suono debole.
 Ma come avviene ci?  disse Carlino.  Non sono che due bussolotti uniti da un filo; e so fabbricarne uno anchio di questi telefoni.
 Infatti  semplicissimo; tu parli dentro uno di questi bussolotti mentre tua cugina o tuo fratello tiene laltro presso lorecchio. Quando tu parli che cosa succede? Le molecole dellaria urtandosi a vicenda, danno un suono; se fai questo dentro al bussolotto, le vibrazioni si ripercuotono dalla membrana o cartoncino che ne forma il fondo sul filo e vanno a finire, sempre pi debolmente, ma ancora distinte, allorecchio di quello che tien laltro bussolotto.  come quando gettate un sassolino nellacqua. Cosa succede? Lacqua si sposta e intorno al sassolino si fanno tanti cerchi che si allargano mano mano e agitano la superficie dellacqua per un bel tratto.
 Oh bella!  rispose Giulia,  voglio provare.
S dicendo mise allorecchio uno dei bussolotti e fece andare Carlino nella stanza attigua e lo preg di parlare. Disse infatti che si sentiva la vocina di Carlino, ma molto debole, poi chiese come fossero fatti i telefoni nei quali la voce si sentiva a grandi distanze.
 Lamericano Bell,  riprese il nonno,  pens di servirsi dellelettricit per trasmettere la voce con maggior forza.
 Cos lelettricit?  dissero in coro quei bimbi.
  una cosa che proprio non vi saprei spiegare;  una forza potente che se ne sta occulta nella natura, e si riesce a sviluppare con diversi mezzi che capirete quando sarete pi addentro nelle scienze fisiche;  la forza che ci serve a scrivere da un punto allaltro del globo mediante il telegrafo, che ci fa parlare col telefono, che ci d la luce, e che col tempo ci far padroni di tutte le forze delluniverso.
I fanciulli ascoltavano a bocca aperta.
 Ma il telefono?  disse Giulia.
 Avete ragione,  rispose Barbabianca,  il mio entusiasmo per lelettricit mi fa andare fuori di strada; ora tenter di spiegarvi il telefono. Voi, dunque, bambini miei, quando parlate spostate laria colla vostra voce e producete quelle vibrazioni sonore che giungono allorecchio e raccolte dal timpano (una membrana che abbiamo nel nostro orecchio) vanno al cervello per mezzo dei nervi.... Non ne siete persuasi? volete vederlo questo movimento? Mettetevi davanti una candela e parlate ad alta voce; vedrete che la fiamma della candela si muover capricciosamente dietro le vostre parole, e forse con una parola pi forte riuscirete a spegnerla, sicch non potete negare di produrre un movimento colle vostre parole sparse al vento; ebbene, invece di parlare accanto ad una fiamma, voi parlate sopra il tamburo del telefono, che  composto di una lamina sensibilissima. Dietro questa lamina vi  una punta, un chiodo di acciaio calamitato, mettiamo, poi un rocchetto elettrico, cio una specie di gomitolo di ferro contornato da fili sottilissimi; la vostra voce produce un movimento nella punta di ferro che avvicinandosi pi o meno al rocchetto elettrico lo elettrizza: questo  attaccato con un filo metallico ricoperto di sotto ad un altro arnese simile che unaltra persona tiene allorecchio e la parola si sente distinta; ecco il primo telefono, quello di Bell.
 Ed  lo stesso di quello con cui parli alla mamma?  chiese Giulia.
 No, questo  migliore; dopo Bell, Edison sostitu al rocchetto elettrico un pezzo di carbone messo in modo che, oscillando ad ogni lieve movimento fra due altri pezzetti, d la voce pi sonora, e cos  formata la mensolina dove si parla; limbuto che si mette allorecchio,  sempre fatto col sistema di Bell.
 E quella cassetta che c sotto?  disse Rico.
 In quella ci sono le pile elettriche che rinforzano la corrente e fanno s che la voce si possa udire distinta alla distanza di molte miglia.
Mentre il nonno faceva questa spiegazione, Lida e Ottavio si erano addormentati; Rico sera interessato tanto al telefono che aveva in testa di fabbricarne uno anche lui; in quanto alla Giulia e a Carlino dicevano che infine il telefono era una bella cosa perch si poteva parlare colla mamma anche se era lontana, ma che se non avevano capito bene poco importava; mangiavano anche dei buoni pasticci senza sapere quello che ci fosse dentro, ed era meglio giocare o che il nonno contasse loro la storia delle pulci che era pi divertente.
Giusto in quel punto si sent suonare il campanello del telefono.
Barbabianca si avvicin alla macchina e chiese se ci fossero notizie di Gino.
 Pare che il bastimento abbia fatto naufragio,  rispose Fella,  ma non si ha notizia che lequipaggio sia perduto; noi siamo piene di speranza, ma la mamma continua a disperarsi e a dire che Gino non lo vedr pi, che  certo annegato.
 Povera nonna!  disse Giulia che aveva udito le parole della sua mamma mettendosi presso lorecchio laltro imbuto del telefono.
 Se fosse andato in unisola come Robinson Cruso,  disse Rico,  come sarei contento
 Perch?  chiese Carlino.
 Perch ci racconterebbe tante storie.
 Io avrei piacere che ritornasse presto a consolare la nonna e la mamma, e non mimporterebbe delle sue storie.
Ma la Fella aveva detto per telefono a Barbabianca di ricondurle i bambini, ed essi serano tutti posti in cammino verso casa. Per via incontrarono Bina che correva a loro piangente.
Barbabianca le chiese la cagione del suo dolore.
La moglie del capo della trib, che tutti amavano come se fosse la loro mamma, era ammalata tanto tanto.
 Le hanno fatto tante cose,  soggiunse sospirando la fanciulla,  ma non giova nulla, ed io son venuta da lei che sa tutto per vedere se potesse guarirla.
 Avete chiamato il dottore?  chiese Barbabianca.
 No, noi non si chiama mai il dottore, ci cura tutti la Babba.
 Chi  questa Babba?
  una delle nostre donne, che conosce la virt di certe erbe; fa i decotti quando siamo ammalati e fa lei da medico. Questa volta esegu delle fregagioni allammalata e le fece odorare delle cose forti, ma non  rinvenuta.
 Bene, verr io,  disse Barbabianca,  conduco a casa i bimbi, poi ti seguo.
I bimbi avrebbero voluto andare col nonno, ma egli non volle dicendo che lo spettacolo del dolore non era per loro e li consegn alla loro mamma; poi si avvi solo verso il campo degli zingari.
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Capitolo 15.
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DOLORI E GIOIE.
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Quei bambini erano impazienti che ritornasse il nonno per aver notizie della zingara. Essi prendevano molto interesse a ci che accadeva nellaccampamento degli zingari, e quando andavano a passeggio si facevano condurre da quella parte per dare un saluto a Bina, chera divenuta una loro amica e per divertirsi un po alle monellerie di Furbetta. Poi portavano sempre delle frutta a quei bimbi, che quando li vedevano giungere correvano loro incontro, come a vecchi amici. Sapevano che erano ormai alla vigilia della partenza e ne erano tutti addolorati.
 Almeno restasse qui Bina e Furbetta,  diceva Giulia,  chiss dove andranno a finire!
Fella aveva proposto a Bina di restar con loro, ma Bina aveva risposto che non avrebbe lasciati i suoi benefattori e li avrebbe seguiti almeno fin che avesse trovato Rampichino.
 Chiss se partiranno subito come avevano deciso! Se morisse la zingara?  disse la signora Fella alla sua mamma.
 Andranno certo, forse aspetteranno qualche giorno,  rispose nonna Giulia,  ma la vita degli zingari  di girare continuamente.
 E se muore,  chiese Ottavio,  dove va la vecchia zingara?
 Andr in un mondo migliore.
 Vanno in paradiso anche gli zingari?  chiese Rico.
 S, se sono buoni.
 E girano sempre anche quando sono in paradiso?
 No, in paradiso si sta bene dappertutto, e non c bisogno di girare. Ma ora lasciamo questi discorsi e andate a giuocare.
 Ecco il nonno,  esclamarono i bimbi, vedendo venire in lontananza Barbabianca.
Egli infatti si avvicinava a passi lenti e sembrava oppresso dal dolore.
Appena fu in giardino tutti gli corsero incontro per chiedergli notizie dellammalata.
  morta!  disse.
 Raccontaci, nonnino, come  stato,  chiesero i bimbi.
S dicendo corsero a prendere delle sedie e ne portarono tre sotto al pergolato.
Il nonno sorrise al vedere quei bimbi che per la loro curiosit gli avevano portato tre sedie e vedendone due di troppo stavano gi per portarle via di nuovo.
 Adagio,  disse loro,  potete lasciarle per le vostre mamme.
Infatti si sedettero tutti sotto al pergolato, i nonni e le mamme sulle seggiole, i bimbi in terra, sui sassi o sulle ginocchia delle loro mamme.
 Dunque quella povera donna....  disse la signora Ida.
 Non c stato rimedio, quando sono giunto era in agonia, ma era vecchia, ha condotto una vita vagabonda e in questo non c nulla di straordinario. Quello che mha sorpreso pi di tutto fu vedere il dolore di quella povera gente. Il capo della trib, suo marito, quellomone forte, piangeva come un bimbo e la chiamava come se lo udisse. Gli altri poi si stracciavano i vestiti, gridavano, piangevano e ora quel luogo si pu chiamare il campo della desolazione.
 E Furbetta?  chiesero i bimbi.
 In principio strillava anche lei, poi si metteva lunga distesa a fare la morta e questo dava noia a quella gente. Anzi ho invitato Bina a condurre Furbetta da me; nessuno ha tempo in questo momento di pensare alla scimmia, e poi Bina  tanto delicata che  meglio allontanarla di l. Certo bisogner pensare a quella povera gente,  una vera compassione. Poi c un altro guaio; il capo non vuol far seppellire la povera morta per condurla con s. Queste cose nei nostri paesi non si possono fare e dovr persuaderlo a sottomettersi alle nostre leggi.
 Ma vi sono dei paesi dove non seppelliscono i morti?  chiese Rico.
 Sicuro ve ne sono e molti.
 Ma li bruciano allora?  disse Carlino.
 Non sempre; per esempio nellIndia quelli che possono spendere fanno bruciare i cadaveri sopra un rogo profumato, mentre i poveri li legano ad unassicella con un lanternino per vederli di notte e li buttano nel Gange, il loro fiume sacro, e l galleggiano fino a che sono divorati dagli animali.
 Deve essere bello veder di notte nel fiume tutti quei lumicini,  disse Rico.
 Io avrei paura,  rispose Carlino,  pensando che sono morti.
 E perch avresti paura?  soggiunse la mamma,  lo sai bene che i morti non fanno nulla.
Intanto la nonna Giulia, alla quale quei discorsi rammentavano il figlio lontano, non pot trattenere le lagrime.
 Pensare che anche il mio figliuolo potrebbe esser morto in mezzo a quella gente o mangiato da quei selvaggi!
 Fatevi coraggio,  le disse Barbabianca,  che vedrete il vostro Gino sano e salvo, ne sono sicuro; vedete che anche il Ministero ha avuto notizie del bastimento che ha naufragato e dice che quelli dellequipaggio sono tutti salvi: ma ora parliamo daltro, e pensiamo a quei poveri zingari che non lavorando non avranno nemmeno da mangiare.
 S,  rispose la nonna Giulia,  bisogna ben pensare a quegli infelici.
Dopo che era preoccupata per la sorte del suo figlio, unica sua distrazione era poter fare del bene. Si alz ed and in cucina a dar ordine che si preparasse del buon brodo e qualche pezzo di carne da portare agli zingari.
 Andiamo anche noi a portarglielo,  dicevano i bambini.
La nonna e le mamme non volevano, temendo che rimanessero troppo impressionati dalla tristezza che regnava nel campo degli zingari.
Ma il nonno disse che infine quellattaccamento, quellamore che avevano lun per laltro gli zingari, poteva lor servire di esempio e che gli pareva non fosse male che anche quei fanciulli imparassero che la vita non  soltanto composta di gioie, e le mamme acconsentirono a condurre i maggiori, lasciando a casa Lida e Ottavio, che avevano le lagrime agli occhi al veder andarsene i loro fratelli: ma ben presto furono consolati dalla promessa della bambinaia di condurli al villaggio a comprarvi dei dolci.
Gli altri savviarono verso laccampamento accompagnati dal servitore che portava una cesta di viveri.
Lungo la via erano tutti silenziosi pensando allo spettacolo di dolore cui andavano ad assistere, e quando giunsero allaccampamento rimasero meravigliati di vedere tanta tristezza e tanto abbandono, l dove per solito regnava il moto e la vita.
I lavori erano lasciati in un canto e gli zingari stavano tutti accovacciati in terra in attitudine di dolore; un gruppo circondava la povera morta, chera sotto la tenda distesa sopra un mucchio di paglia; gli altri erano sparsi qua e l senza parlare. Alcune donne mandavano invece di tratto in tratto qualche lamento, pareva che la medesima aria di tristezza si propagasse anche fra gli animali; muli, cani e cavalli eran a terra accasciati: soltanto Furbetta sannoiava di starsene tranquilla e di tratto in tratto scappava di mano alla sua padroncina per fare qualche capriola.
Barbabianca fece deporre a terra la cesta dei viveri, trasse fuori una ciotola di brodo e saccost al capo della trib.
Questi fece un gesto di rifiuto.
 Siete il capo e dovete dare il buon esempio; ormai quello che  stato  stato; non vale struggersi in pianto, e poi volete che muoiano tutti?  ed accennava agli altri zingari.
 Avete ragione, devo dare il buon esempio,  rispose lo zingaro prendendo la ciotola e bevendo tutto ad un tratto il brodo come se prendesse una cattiva medicina.
Infatti dopo di lui anche gli altri si persuasero di rifocillarsi, ma si vedeva che erano svogliati.
Barbabianca accenn ad un canto dove erano accatastati gli attrezzi del lavoro, come per chieder loro quando avrebbero ripreso le loro occupazioni.
Fecero un segno col capo come per dire:  mai pi!
 Adesso non dico,  ripigli Barbabianca,  ma bisogner farsi forza per dare il buon esempio.
 Sicuro,  rispose il capo,  lo far per i miei figli, perch in effetto li considero tutti come miei figli, ed ora non mi restano che loro.
E le sue parole venivano interrotte dai singhiozzi.
Quelle signore piangevano tutte, e Rico, Carlino e Giulia cercavano di guardare dalla parte dove i prati si perdevano nellazzurro del cielo per non piangere anchessi, perch dicevano che gli uomini non devono mai dare questo segno di debolezza. Giulia poi pensava che quelle che piangevano erano le bimbe cattive, ed essa in quel momento sentiva di non aver fatto nulla di male, e si sentiva come un gruppo alla gola, come se avesse disubbidito alla mamma.
Fu pi difficile persuadere il capo degli zingari a lasciar seppellire la sua donna.
  inutile,  gli diceva Barbabianca,  non vi lasciano viaggiare conducendo dietro un cadavere.
 Non potr mai risolvermi a lasciarla e ormai sono abituato a girare e non posso star sempre fermo in un posto.
 Che importa? voi le fate un bel posticino in un prato, poi vi nascono sopra dei fiori, e se non volete lasciare la vostra vita vagabonda quando passerete di qui verrete a coglierli.
 E dentro nei fiori vi sar la sua anima?  chiese lo zingaro.
 Credetelo, se ci vi fa piacere.
 Allora fate come credete, vuol dire che passer spesso da queste parti.
 Bravo,  gli disse Barbabianca,  ora vedo che siete ragionevole e vi prometto che quando verrete troverete l dove  sepolta la vostra donna tanti bellissimi fiori.
Poi gli chiese di condurre con s Bina e Furbetta per qualche giorno, ed egli vi acconsent. Quando non si trattava della povera morta era indifferente a tutto.
Cos Barbabianca, colla sua brigata lasci il campo degli zingari promettendo loro di ritornare in breve a vederli, mentre i suoi nipotini erano tutti contenti daver per qualche giorno Bina e Furbetta; anzi disputavano fra loro perch ognuno la voleva a casa sua; ma Barbabianca disse che lavrebbe lasciata libera tutto il giorno di giocare con loro.
Intanto quei bambini le erano tutti intorno a farle festa e a tempestarla di domande.
 Perch credono che lanima di quella donna vada dentro una pianta?
 Perch essi credono che lanima di un morto entri o in una pianta, o in un fiore, o nel corpo di un animale, come un cane, un uccello e simili.
 E tu ci credi a questo?
 Io credo a quello che mha detto la mamma, che quando si  buoni si va lontano lontano, in paradiso, dove ci si trovano tutti.
 Cos mi piace di pi.  soggiunse la Giulia,  perch almeno si trovano i nostri babbi e le nostre mamme, e poi io non vorrei andar dentro nel corpo di una brutta bestia.
 Ma potrebbe essere anche un belluccellino,  disse Rico,  e a me piacerebbe essere un uccellino e volare lontano lontano.
 A me mi piacerebbe essere un uccellino per andar a vedere dove si trova lo zio Gino e tornare a confortare la mia nonnina,  disse Carlino.
 E perch hai il vestito nero?  chiese Giulia alla Bina,  ed anche a Furbetta hai messo quel cencio nero intorno al collo? Non mi piace;  pi bella quando  vestita di rosso.
 Perch quando  morto il mio babbo mi ricordo che la mamma mi ha vestita di nero, e adesso  come se fosse morta ancora la nostra mamma. Ci voleva tanto bene quella donna!
Ma questi discorsi furono interrotti da un individuo che veniva verso di loro. Era Nando che correva tenendo in mano un dispaccio e dietro a lui veniva la bambinaia, Lida e Ottavio, che gridavano:
 Dello zio Gino! Dello zio Gino!
La signora Giulia, Ida e Fella non potevano credere a tanta gioia e dicevano:  uno scherzo,  un brutto scherzo.
Ma era proprio un dispaccio di Gino aperto dal signor Federico arrivato in quel punto; aveva la data dInghilterra e diceva:
Sono salvo, scrivo subito, a rivederci presto.
La nonna Giulia non poteva credere ai suoi occhi e si sentiva mancare dalla gioia, tanto che si dovette farla sedere perch non poteva reggersi in piedi.
  vero,  diceva  mio Dio, ti ringrazio: ma questa notizia cos tuttad un tratto mi fa male,  troppa la gioia!
Per si rimise ben presto e tutti i bambini continuarono a gridare per quella giornata:  Viene lo zio Gino!
E la sera prima di andare a letto aggiunsero di loro spontanea volont alle preghiere un ringraziamento al buon Dio che aveva salvato il loro zio Gino e aveva consolata la nonna.
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Capitolo 16.
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LA LETTERA DI GINO.
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Collannunzio della salvezza di Gino, lallegria era ritornata in casa Vivaldi; tutti chiacchieravano, ridevano e facevano mille progetti per lavvenire.
La signora Giulia era tanto felice che quasi non poteva credere alla sua gioia e pensava di fare una gran festa per il ritorno del figlio che aveva pianto perduto; quando il postino le rec la lettera e vide sulla busta il carattere del figlio, piangeva di felicit e non osava daprirla.
I bimbi erano impazienti di sapere quello che scrivesse lo zio Gino. Generalmente le sue lettere si leggevano ad alta voce con gran diletto dei fanciulli, che si divertivano a quelle narrazioni di viaggi e di avventure.
 Leggi, leggi, nonna,  diceva la Giulia,  vedremo che cosa racconta lo zio.
 Pi tardi,  rispose la nonna,  quando sarete qui tutti la leggeremo ad alta voce; ora lascia che io possa gustarla da me sola, che ne ho tanto bisogno.
 E quando sapremo quello che scrive?  chiese la fanciulla.
 Questa sera quando saremo tutti raccolti intorno al caminetto.
E Giulia usc in giardino a raccontare ai suoi cuginetti e a Bina, che quella sera si sarebbero tutti divertiti a sentire la lettera dello zio Gino.
 Se sapessi come sono divertenti le lettere dello zio!  come sentire un racconto di fate: vi sono delle cose che davvero fanno stare a bocca aperta. Figurati che parla di leoni, di tigri, come se fossero dei cagnolini, e una volta ci ha mandato col mezzo dun suo amico un uccellino colle penne azzurre, proprio come ho letto in una storia di fate: se lavessi veduto come era bello!
 Ed ora dov questo uccellino?
 Poverino!  morto subito dopo, non ha potuto sopportare il nostro clima,  rispose Giulia tutta malinconica.
 Ed ora chiss cosa porter!  disse Bina.
 La nonna ha detto che  gi abbastanza che si sia salvato, e questa volta non porter certo nulla.
 Sono curiosa di vederlo,  disse Bina.
 Ed io sono impaziente di sapere quello che scrive nella sua lettera,  soggiunse Giulia.
Intanto, mentre le due fanciulle facevano quei discorsi, Furbetta correva di qua e di l saltellando come una bimba, qualche volta sarrampicava sugli alberi, staccava i grappoli duva dai pergolati e li porgeva alla fanciulla con certe moine che la facevano scoppiar dalle risa.
Bina diceva che sarebbe stata contenta di rimanere sempre in quella casa, se non fosse stato il pensiero di Rampichino, che voleva trovare ad ogni costo.
 E se non lo trovi?  disse Giulia.
 A furia di girare lo trover certo; la mamma diceva sempre che le persone una volta o laltra si trovano, che sono soltanto le montagne che non sincontrano mai.
 Anche a me lo dice tante volte la nonna,  soggiunse Giulia,  ma il nonno Barbabianca, che sa tante cose, dice invece che il mondo  grande e, capisci, non  cos facile incontrarsi.
 Io spero,  rispose Bina.
E rimase pensierosa.
Dopo il pranzo si riunirono tutti in casa Vivaldi per leggere ad alta voce la famosa lettera. Barbabianca, il signor Federico, la signora Giulia erano seduti intorno al caminetto su tre soffici poltrone; lIda e Fella sul canap presso un tavolino; Rico, Carlino, Giulia e Bina, su quattro panchettini; la Lida e Ottavio sulle ginocchia delle loro mamme.
Era stato convenuto che la lettera la leggesse Barbabianca, perch aveva la voce pi chiara e sonora.
Quando tutti furono ben accomodati e nel salotto si sarebbe sentito volare una mosca, tanto erano tranquilli, Barbabianca si mise gli occhiali, aperse la lettera e cominci:
Miei cari genitori,
Finalmente dopo sei mesi che siete privi di mie notizie, che mi avrete certo creduto morto, potete aver la consolazione di rivedere i miei caratteri. S, miei cari, sono salvo, e questa lettera preceder di poco il mio arrivo fra voi. Dirvi tutte le mie avventure di viaggio sarebbe troppo lungo, non basterebbe un volume e le leggerete quando scriver i miei ricordi di viaggio; per oggi non vi parler che delle ultime peripezie, che hanno affrettato il mio ritorno fra voi.
Vi sar giunta gi la notizia del naufragio del bastimento Intrepido, dove mi trovavo, ma fortunatamente vi sar giunta molti mesi dopo, cos saranno state pi brevi le vostre inquietudini. Se sapeste quanto ho sofferto pensando al dolore della povera mamma! E dire che mi trovavo in unisola selvaggia dove non cera mezzo di potervi mandare notizie. Basta,  passata e non pensiamo che alla gioia di trovarci ancora uniti dopo tante peripezie. Voi sarete impazienti di sapere in qual modo abbia fatto naufragio e come io mi sia potuto salvare; ve lo dir in poche parole, riserbandomi di darvi a voce i pi minuti ragguagli.
Dovete sapere prima di tutto che quando fummo in alto mare, sbuc fuori, non si sa di dove, un ragazzo con un cane ammaestrato. Tutti rimasero meravigliati di quellapparizione, tanto pi che il capitano del bastimento sapeva che quel ragazzo non aveva pagato il suo passaggio.
 In che modo sei qui?  gli disse.
 Perdono,  rispose il fanciullo,  ero con una compagnia di saltimbanchi che mi tormentavano e mi rendevano tanto infelice, che pensai di fuggire, e daccordo con un pescatore che ebbe compassione di me, mi nascosi di notte in questo bastimento per andar tanto lontano che non mi potessero pi trovare.
 Ma sai che andiamo sino in Australia?  disse il capitano.
 Ebbene ci verr anchio; datemi soltanto un pezzo di pane e vi far da servo, da mozzo, tutto quello che vorrete!
Il capitano credeva che avesse delle cattive intenzioni e quasi voleva metterlo in prigione. A me piaceva tanto quel fanciullo, e mi pareva cos sincero che dissi di tenerlo per mio servo, e il capitano me lo concesse, per sotto la mia responsabilit.
Voi sapete quanto io sia trascurato e capivo di aver bisogno duna persona che tenesse in ordine i miei vestiti e i miei libri, e Pierino era abbastanza intelligente per farlo; e di questazione fui ricompensato, perch a lui debbo la mia salvezza; ma non affrettiamo gli avvenimenti.
Pierino mi si mostrava tanto grato, che non finiva mai di baciarmi le mani e stava ad aspettare i miei ordini attento come un cagnolino. Anche il cane che aveva seco mi saltava attorno a farmi un mondo di feste; era un cane intelligente che sapeva fare una quantit di giuochi e divertiva tutti i passeggeri dellIntrepido. Io pensavo che se i miei nipotini fossero stati presenti si sarebbero pur essi divertiti nel vedere i prodigi di Lampo....
A questo punto la lettura fu interrotta da un grido di Bina.
 Lampo!  esclam la fanciulla,   lui,  lui,  Rampichino, lho trovato finalmente.
E piangeva, rideva, batteva le mani dalla consolazione.
 Adagio, adagio,  disse Barbabianca,  potrebbe non esser lui; ce ne sono tanti di cani che si chiamano Lampo, non bisogna illudersi.
 Va avanti, nonno,  dicevano i bambini impazienti di conoscere il seguito della storia.
 Avanti,  disse Bina pi impaziente degli altri.
Barbabianca riprese la sua lettura.
Allora non lavrei mai creduto, ma devo la mia salvezza a Pierino e a Lampo.
 inutile che vi racconti tutte le peripezie del viaggio, giacch voglio riserbarmi qualche cosa da raccontarvi quando sar in mezzo a voi, vi basti sapere che quando fummo in vista delle coste della Nuova Guinea, quasi al momento di raggiungere la meta, un vento impetuoso imped al capitano di dirigere il bastimento. Egli cerc di prendere il largo, ma inutilmente, il vento ci spingeva contro la costa e proprio dovera pi irta di scogli. Tutti gli sforzi furono vani, accadde quello che si temeva.
Il bastimento, spinto con violenza contro uno scoglio, si sfasci.
Fu un momento terribile; non vi descriver le grida, gli urli, le imprecazioni di tutta quella povera gente; io chiusi gli occhi per rivedervi tutti col pensiero prima dessere inghiottito dallabisso. Il capitano per non si perdette di coraggio e grid:
 Presto le imbarcazioni e si salvi chi pu!
Infatti furono calate in mare le lancie. Cera poca speranza che resistessero alle onde; ma tutti tentarono salvarsi a quel modo e fu una ressa a chi poteva saltar prima nelle fragili navicelle che pareva dovessero sprofondarsi da un minuto allaltro.
Come vi potete immaginare, io fui dei primi, e dietro di me saltarono Pierino e Lampo; delle altre imbarcazioni non so che sia avvenuto, sono momenti in cui ognuno pensa a s. Solo che, appena lasciato il bastimento, si vide quel gigante sprofondare nellabisso: la nostra barchetta, guidata da due marinai, stette per molto tempo in bala delle onde; quando si cercava di raggiungere la costa, il vento ci ricacciava in alto mare. Ma anche vincendo la furia delle onde, si correva il rischio di morire di fame, perch nessuno aveva portato dei viveri.
 Mangeremo il cane,  disse uno della brigata dando unocchiata a Lampo.
 Guai a chi lo tocca!  rispose Pierino stringendolo fra le braccia.  Prima mi lascer mangiar io,  soggiunse.
Intanto ci si avvicinava a terra e uninsenatura pareva che ci riparasse dai venti e ci permettesse di approdare.
 Dalla padella nella brace,  dissero quei marinai che colla loro vista acuta distinguevano delle capanne di canne alle quali erano attaccati dei teschi e delle ossa umane.  Siamo capitati in un paese di cannibali, e corriamo il rischio desser divorati tutti.
 Torniamo indietro,  dissero gli altri che rabbrividivano allidea desser mangiati.
 S, per andare in bocca ai pesci,  risposero i marinai che erano stanchi di combattere contro le onde;  tentiamo la sorte, preghiamo il Signore e la Madonna che ci proteggano.
Cos sbarcammo sotto questi buoni auspicii.
Appena a terra volevamo subito metterci in cammino in cerca di cibo ed esplorare il paese. Ma la paura teneva indietro i pi arditi.
Voi ben sapete che il coraggio non mi fa difetto, oltrech avevo con me la mia rivoltella e una scatola di polvere ed anche qualche cartuccia di dinamite.  una mia abitudine di non dimenticarmi, quando viaggio in paesi sconosciuti, questi ingredienti micidiali. Non si sa mai ci che possa accadere; ad ogni modo quando siamo armati ci sentiamo pi sicuri. Vedendo chio non aveva paura, i miei compagni mi pregarono di essere il loro capo, e giurarono di obbedirmi in tutto.
  presto notte, questa capanna  deserta,  dissi, entrando coraggiosamente nella capanna alla quale stavano sospese le ossa umane.  Possiamo impadronircene e passarvi la notte; resteremo in due a far la guardia allingresso della capanna e ci cambieremo ogni ora per dar lallarme se si avviciner qualcuno. Davanti abbiamo il mare, di dietro una corona di collinette, e mi pare che siamo abbastanza riparati, quasi come in una fortezza; per precauzione si potrebbe scavare una piccola mina in quella collinetta a noi pi vicina servendoci della dinamite che ho con me, e di un po di polvere da fucile. A voi,  dissi a due uomini che avevano laria di minatori,  mettetevi allopera.
 E mangiare?  essi risposero.
 Mettetevi allopera chio intanto con Pierino andr in cerca di qualche cosa.
Ci arrampicammo su quelle collinette colla tema desser scoperti, ma per fortuna erano deserte; gli abitanti dovevano essersi ritirati nel centro di quella terra che era unisola come scopersi dallalto duna di quelle cime. Dalle capanne sparse qua e l che si vedevano in distanza e dai fuochi che ardevano si capiva che era abitata.
La nostra impresa non era senza pericoli, ogni tanto si sentiva qualche rumore nel fogliame presso di noi e si vedeva qualche cosa fuggire come un lampo; eran forse bestie feroci e non tardammo a far ritorno alla nostra capanna, perch fortuna volle che trovassi una certa quantit di noci di cocco con cui soccorrere i nostri compagni.
Dopo esserci ristorati col liquore contenuto nelle noci e che mi fui assicurato che la mina era fatta a dovere, mi presi un po di riposo. Quella notte pass senza incidenti.
La mattina per compresi che gli indigeni serano accorti del nostro arrivo. Vedemmo allalba una quantit di selvaggi con archi e freccie proprio sulla cima duna collina, in attitudine poco benevola verso di noi.
Se aveste veduto che faccie! scure, cincischiate, rabescate di tanti colori. Erano quasi nudi con in testa ciuffi di capelli crespi, rigonfi a guisa di pennacchi; le braccia erano adorne di braccialetti, il collo di collane, e alcuni fra le narici portavano una spranghetta o delle conchiglie, che davan loro un aspetto molto strano.
I miei compagni tremavano, io brandivo la mia rivoltella; ma comprendevo benissimo che il numero poteva sopraffarci. Ad un tratto Lampo esce dalle nostre file e si avanza coraggioso verso i selvaggi; si mette a camminare sui due piedi, a ballare e a fare una quantit di giuochi.
Parve che questa cosa divertisse molto i selvaggi, poich si misero a saltare dalla gioia e a far dei cenni amichevoli al cane. Questincidente, io credo, ci salv, poich si accostarono a poco a poco con aria damici; allora io feci lor cenno di portarci dei viveri, ed essi infatti andarono a prendere dei pesci, della verdura e dei pezzi i carne, che noi dubitando fosse carne umana non si ebbe il coraggio di mangiare.
Essi tentarono portar via Lampo, ma ad un certo punto Lampo ritornava da noi; allora il capo, quello che aveva una spranghetta nel naso, ci fece capire che senza Lampo ci avrebbero uccisi e mangiati. Ma io dissi ai miei di star tranquilli e ordinai si desse fuoco alla miccia della mina.
Dopo pochi secondi un fracasso orribile rimbomb in quei dintorni e un pezzo della collinetta minata salt in aria in mille frantumi.
Feci allora capire co gesti a quei selvaggi che se in qualunque modo ci avessero molestati, li avrei fatti saltare in aria. Intanto una piccola tigre, forse spaventata dal rumore, pass correndo davanti a noi; io trassi la rivoltella di tasca e sparai tutti i sei colpi.
Le palle colpirono giusto e la tigre cadde a terra morta.
A tale vista i selvaggi rimasero atterriti, ci credettero esseri soprannaturali e caddero al suolo in atto di adorazione.
Ormai stavano in mio potere, non cera pi nulla a temere. Appena manifestavo loro un desiderio erano pronti ad obbedirmi. Essendomi accorto che avevano una specie di canotti coi quali andavano alla pesca, ne chiesi uno dei pi grandi, e fattami portare una certa quantit di viveri pensai dimbarcarmi coi miei compagni per andar in cerca dunisola meno selvaggia, che ci fornisse qualche imbarcazione migliore, o da cui si fosse pi alla portata dei vapori che passavano da quelle parti.
Quando i selvaggi saccorsero che si voleva partire si disperarono e ci fecero cenno di tornar presto. Bisognava vedere il modo strano con cui ci salutavano e volevano parlare a Lampo.
Dopo aver girato molti giorni in mezzo a quel labirinto di isole, scorgemmo in distanza il fumo dei vapori; ci dirigemmo a quella volta, facendo dei segnali che finalmente furono veduti da un bastimento che faceva rotta per lInghilterra.... Fummo raccolti e da loro salvati. Poche ore mi disgiungono adesso da voi.
Ricordatevi di prepararvi a ricevere anche il mio fido Pierino, che non mi abbandoner pi nemmeno nei miei futuri viaggi, e mandando a tutti un abbraccio di cuore, specialmente alla mamma, che chiss quanto avr sofferto per causa mia! sono il vostro
Gino.
 E parla di tornare ancora,  disse la signora Giulia con un sospiro,  dopo quello che ha passato.
 Non crucciatevi, ora che ritorna sano e salvo,  disse Barbabianca.
Bina pensava se quel fanciullo potesse essere Rampichino.
 Ma come si chiamava?  le diceva Rico.
 Non so,  rispondeva,  noi lo chiamavamo sempre Rampichino, ma deve esser lui, riconosco Lampo.
E la povera fanciulla non poteva distogliersi da quel pensiero.
Come vi potete immaginare, tutta quella sera non si parl daltro che i Gino e dei suoi viaggi, ed  certo che quando andarono a letto i bambini si saranno sognati di selvaggi, di tigri, di burrasche e di Gino divenuto protagonista dei drammi pi strani.
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Capitolo 17.
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IL RITORNO.
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Il giorno dopo, la stessa compagnia, che aveva assistito alla lettura della lettera di Gino, era radunata nella stanza medesima e tutti pensavano al miglior modo di festeggiare larrivo del viaggiatore; chi proponeva una cosa, chi unaltra. Rico voleva che facessero dei fuochi dartifizio; la piccola Giulia proponeva dei festoni di fiori; Fella voleva che Barbabianca facesse una delle solite sorprese; lIda, che venisse accolto colla musica, e finalmente la piccola Lida diceva che per festeggiare lo zio Gino bisognava che la cuoca facesse una bella torta colla crema.
Mentre ognuno voleva dire la sua e non si decideva nulla, un rumore di ruote attir la loro attenzione.
 Intanto che stiamo qui a consultarci, egli  capace darrivare,  disse Barbabianca.
 Mi par proprio una carrozza,  soggiunse la signora Giulia;   lui di certo.
E in un attimo furono tutti fuori dalla porta che metteva al giardino. Nel mentre traversavano di corsa il giardino, una carrozza si era fermata davanti al cancello; Gino scese lesto come un capriolo, diede intorno unocchiata e si precipit nelle braccia della signora Giulia.
I bimbi gli erano tutti intorno e andavano gridando:
 Zio Gino! zio Gino!
Ma la signora Giulia non sapeva staccarsi dal figlio e landava guardando e toccando, non sembrandole vero che fosse proprio lui in carne ed ossa.
Erano tanto commossi che non trovavano le parole per esprimere la loro gioia e a Barbabianca venivano le lacrime agli occhi nellassistere a quella scena.
Intanto era sceso dalla carrozza anche un bel ragazzo vispo ed intelligente, seguito da un bel cane barbone.
Bina era l con tanto docchi, ma incerta se quel giovane che vedeva davanti a s cos ben vestito, fosse proprio Rampichino; non sapeva come fare per attirare la sua attenzione, quando pens di dire, rivolgendosi a Furbetta che aveva in braccio:
 Dimmi, Furbetta, lo conosci? ti pare che sia Rampichino?
Pierino, alludir nominare Furbetta e Rampichino si volt indietro e riconoscendo la scimmia, sclam:
 Come! sei tu, Bina?
 S, e tu, Rampichino?
 Come, sei qui?
 E tu?
 Che gioia!
Poi anchessi si gettarono nelle braccia lun dellaltro e piansero di contentezza.
 Ora non mi lascerai pi,  disse Bina.
 Devo seguire il mio padrone, il signor Gino.
 Ma non andr pi via ora.
 S, deve fare un altro viaggio,  rispose Pierino.
Queste parole colpirono la signora Giulia che disse:
 Come, non sei contento ancora, vuoi fare un altro viaggio?
 S, pi tardi, mamma, ora non pensarci, un altro solo.
 Non turbiamo la gioia di questo momento,  disse Barbabianca interrompendolo.
La signora Giulia dando in un profondo sospiro, esclam:
 Non  proprio possibile che si abbia una gioia completa. Dio vuole cos, pazienza!
 Mi dimenticavo,  disse Gino per cambiar discorso,  di presentarvi il mio amico e salvatore.
E rivoltosi in giro chiam:
 Pierino, dove sei?
 Presente,  disse Pierino sbucando da un capanno di verdura dove era andato a nascondersi coi fanciulli e con Bina.
La signora Giulia lo prese per mano e lo ringrazi di quello che aveva fatto per suo figlio.
Egli si schermiva e diceva che non aveva fatto nulla, ma che tutto doveva a Gino, al suo benefattore. Poi mostr a Gino la Bina dicendogli:
 Ecco Bina.
 Va bene,  disse Gino,  so la sua storia, come credo che tu conosca gi tutti di nostra famiglia; quando si passa quasi un anno insieme sopra un bastimento ci si conosce meglio che in centanni. Ma per qual fortunata combinazione si trova qui?
 Ti racconteremo,  le dissero le sorelle,  la storia degli zingari; ma ora Bina non ci abbandoner pi.
 Non ho pi bisogno di girare il mondo, poich Rampichino  trovato, e se vorranno tenermi sar felice, far tutto quello che vorranno.
 Ti terr io come bambinaia,  disse Fella;  vedo che le mie figlie ti vogliono bene, e quantunque tu sia giovane hai abbastanza esperienza di mondo per aver giudizio e non lasciarle esposte a pericoli.
 Grazie,  disse Bina, baciandole la mano,  cos non lascer pi Rampichino.
Intanto Gino, entrato nella sua camera, era rimasto sorpreso nel trovarvi una nuova libreria tutta piena di volumi che desiderava possedere da molto tempo.
 Che bella sorpresa!  disse,  sei stata tu, mamma, non  vero?
Essa non rispose, non ne aveva bisogno; Gino aveva indovinato.
Quantunque non avessero avuto tempo di far dei preparativi per festeggiare il ritorno di Gino, pure quel giorno fu una festa per tutti: naturalmente pranzarono in casa Vivaldi e ci fu non solo la famosa torta colla crema, che la cuoca faceva cos bene, ma non manc una gran variet di altri dolci con gran gioia dei fanciulli.
Finito il pranzo, si vide tuttad un tratto sulla parete risplendere una quantit di lumicini che formavano le parole: viva Gino.
Era la sorpresa del nonno Barbabianca che aveva preparato una quantit di lampadine elettriche e le aveva accese in un attimo quando meno se lo aspettavano.
I bimbi a quella sorpresa si misero a battere le mani ed a gridare alzando i bicchieri:
 Evviva Gino!
 Evviva Barbabianca!  disse Gino.
 Evviva!  risposero tutti in coro.
Ma i loro evviva furono interrotti da concenti musicali.
Erano gli zingari che saputo del ritorno di Gino, venivano a festeggiarlo.
Egli volle vederli e dar loro qualche bicchiere di vino; poscia li fece entrare e rimase sorpreso di veder che si asciugavano le lagrime.
 Perch piangete?  chiese.
 Abbiamo sepolta ieri la nostra madre,  risposero.
 E perch siete venuti a suonare?
 Ma qui cera allegria e bisognava essere allegri anche noi; ci avete fatto tanto bene.
E ricominciarono a suonare unallegra marcia. Ma in mezzo a quelle note allegre sindovinava il pianto.
 Povera gente!  disse Barbabianca; e non li lasci partire finch non ebbero accettato una borsa piena di denaro.
 Tenetela,  disse loro.  Avete perduto tante giornate di lavoro e vi sar utile; so che voi partite, ma spero che verrete spesso da queste parti, almeno a trovare la Bina che resta con noi.
 E laltra che  laggi!  disse il capo.
 In ogni modo,  disse Barbabianca,  ricordatevi che qui avete degli amici.
Quella sera pass allegramente fra i racconti di Gino e Pierino che non finivano mai di parlare delle loro avventure fra i selvaggi. Lampo mostr le sue prodezze e tutti da quel giorno furono felici e contenti; soltanto una nube turbava la gioia della signora Giulia ed era il prossimo viaggio di Gino.
...
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FINE.